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La Brexit a un passo dalla Brexit

“Take back control!”, urlava a gran voce durante un comizio Boris Johnson, ex sindaco di Londra ed eccentrico membro dei Tories, il partito conservatore del Regno Unito. “Riprendiamo il controllo”: dell’economia, dei confini, della sovranità, in un paese che è sempre stato geloso del suo status. Era il 17 maggio 2016 e mancava un mese al referendum che avrebbe messo i sudditi di Sua Maestà di fronte a una scelta difficile, sofferta e che si sarebbe rivelata piena di incognite: restare o dire addio all’Unione europea? A spuntarla sarà, per poco più di un milione di voti, la fazione a favore della Brexit, cioè dell’uscita del Regno Unito dalla Ue.

Un percorso lungo e del tutto inedito: nessun paese finora aveva mai avviato la procedura descritta dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona. L’harakiri politico di David Cameron, il primo ministro conservatore che aveva proposto il referendum con la certezza di veder trionfare il “Remain” e stroncare le velleità degli “indipendentisti”, si è compiuto. Al suo posto Theresa May, chiamata a guidare le trattative con l’Unione europea. Il 29 marzo 2017 il procedimento per l’uscita del Regno Unito dall’Unione ha avuto inizio in maniera ufficiale e sarebbe dovuto terminare esattamente due anni più tardi. Sarebbe, perché la data ultima per trovare un accordo – il 29 marzo 2019 – è stata superata e i britannici sono ancora, almeno formalmente, cittadini dell’Unione. Il negoziato tra il governo May e i principali rappresentanti delle istituzioni europee ha portato a un piano per l’uscita, che però va ratificato dal parlamento di Londra e da quello europeo. Secondo i paladini della Brexit, la bozza di accordo raggiunta dall’attuale primo ministro non è soddisfacente; perciò l’hanno bocciata già in tre diverse occasioni.

Lo scenario peggiore è quello del “No Deal”, cioè di un mancato accordo tra le parti: in questa ipotesi il Regno Unito sarebbe immediatamente un paese esterno all’Ue, senza il periodo di transizione previsto dall’intesa proposta da Theresa May. Niente più mercato comune europeo per i britannici, tutti gli accordi siglati nel tempo con le istituzioni comunitarie diverrebbero nulli, con conseguenze difficili da quantificare, specialmente per le imprese: all’improvviso potrebbero ricomparire i dazi sulle merci, aumenterebbero la burocrazia e i controlli alle dogane, diventerebbe più difficile ottenere licenze e permessi. Gli effetti sarebbero imprevedibili per milioni di persone: perdendo la cittadinanza europea, i britannici che vivono nel Vecchio Continente si trasformerebbero in extracomunitari. Lo stesso accadrebbe ai circa 3,5 milioni di europei che risiedono nel Regno Unito.

Da mesi il governo May sta cercando appoggio a Westminster, sede del Parlamento britannico, per ottenere l’approvazione all’accordo preliminare siglato con Bruxelles. Una delle grandi questioni che sta spaccando il partito conservatore, impedendo di trovare una maggioranza alla Camera dei Comuni, riguarda il “backstop”, un termine mutuato dal baseball e difficilmente traducibile in italiano (c’è chi usa le parole “protezione” e “barriera”, altri “misura di sicurezza”). Ma di cosa si tratta in concreto? L’intesa negoziata dal governo britannico e dall’Unione prevede un periodo di transizione di due anni nel quale le parti in causa continueranno a trattare per definire tutta una serie di accordi. In particolare si cercherà di trovare una soluzione per il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, oggi praticamente scomparso grazie alla presenza del Regno Unito nel Mercato unico europeo.

L’Irlanda del Nord è stata scossa per più di tre decenni da una guerra civile tra gli unionisti, fedeli alla monarchia inglese, e i nazionalisti, che vorrebbero staccarsi da Londra e ricongiungersi al resto dell’Irlanda. Un conflitto che si è placato anche grazie alla facilità con la quale i cittadini dei due Stati possono muoversi all’interno dell’isola irlandese. Ripristinare il confine potrebbe riaccendere la miccia dello scontro. Qualche avvisaglia si è già avuta lo scorso 20 gennaio quando un’autobomba è esplosa, senza fare vittime, nel centro di Derry, seconda città dell’Irlanda del Nord per numero di abitanti. Il backstop scatterebbe nel caso in cui non si arrivasse a una soluzione entro la fine del 2020: il Regno Unito sarebbe fuori dall’Ue ma resterebbe legato agli altri paesi europei da un’unione doganale, revocabile solo con il benestare delle due parti. Inoltre l’Irlanda del Nord godrebbe di ulteriori facilitazioni per la libera circolazione di merci e persone nei confronti degli altri Stati europei, il modo migliore per prevenire la rinascita del confine con l’Irlanda. Una possibilità detestata dagli intransigenti della Brexit e malvista dal partito nazionalista scozzese, che ora chiede a gran voce lo stesso trattamento o l’indizione di un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia.

Per evitare il No Deal l’Unione europea ha concesso una proroga fino al 12 aprile al governo May, che non ha però portato a decisioni definitive. I vertici che guidano l’Unione sembrano disposti a concedere ulteriore tempo, ma in cambio infliggeranno a Londra l’onta di dover organizzare lo stesso le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo (in programma tra il 22 e il 26 maggio) e la promessa di non interferire con gli affari dell’Ue da qui al giorno in cui la Brexit sarà realtà. I britannici si saranno anche ripresi il controllo, come gridava Boris Johnson, ma per tirarsi fuori dal ginepraio nel quale si sono cacciati avranno ancora molto da faticare.

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