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La politica dello spettacolo

«Dovrebbe candidarsi a presidente» dice una donna tra il pubblico. Siamo in uno studio televisivo americano, a condurre il programma è Tom Dobbs, comico di fama nazionale che conduce un talk show in cui si prende in giro il mondo della politica. Il presentatore ci pensa un giorno, riceve milioni di e-mail che lo invitano a presentarsi alle elezioni.  Alla fine decide di candidarsi e, incredibilmente, riesce a battere il presidente uscente e il suo principale sfidante. Questa storia è in realtà un film, “L’uomo dell’anno”, uscito nel 2006. A interpretare il comico è Robin Williams, che da apprezzato uomo dello spettacolo si ritrova in campagna elettorale, chiamato a trasformare i propri sketch in veri e propri comizi elettorali che puntano il dito contro il malaffare politico nel Paese.

Ma i film tendono spesso a raccontare sentimenti e fatti che già serpeggiano nella realtà. Se non siete convinti, guardate quello che è da poco accaduto in Ucraina. Vasyl Holoborodko insegna storia in una scuola superiore, è stanco della corruzione che dilaga nel Paese e si sfoga pronunciando frasi cariche di parolacce e risentimento. Un suo alunno lo filma di nascosto e mette il video su internet. Un grande successo: visualizzazioni e consensi a non finire da parte di cittadini stanchi dell’oligarchia che comanda a Kiev. Da qui, in modo del tutto involontario, parte la corsa che consentirà a Holoborodko di diventare addirittura presidente dell’Ucraina. Storia verosimile, ma inventata, frutto della mente di Volodymyr Zelensky, 41enne attore comico conosciuto più per i ruoli interpretati in lingua russa che per quelli svolti in patria.

La serie, intitolata “Il servo del popolo”, riscuote grandi consensi, tanto da essere arrivata alla terza stagione. Piace, piace tanto, forse troppo: gli ucraini vorrebbero che il riscatto dell’uomo comune rappresentato nella finzione scenica si trasformasse in realtà. E Volodymyr Zelensky coglie la palla al balzo: in pochi mesi si trasforma da attore a politico, fonda un movimento che, guarda caso, si chiama “Il servo del popolo” e va a stravincere il ballottaggio del 21 aprile contro il presidente uscente, Petro Poroshenko, simbolo di quell’oligarchia industriale osteggiata dalla gente. Zero esperienza politica, pochissime idee nel programma elettorale e una retorica tutta incentrata sul contrasto della corruzione. Tanto è bastato per ottenere il 73 per cento dei consensi.

I giornali italiani si interrogano stupiti su come sia potuto accadere, anche se in realtà dovremmo essere abituati a exploit di questo tipo. Nel 1994, quando è diventato presidente del Consiglio per la prima volta, Silvio Berlusconi era un imprenditore che possedeva la più importante televisione commerciale italiana, interessata soprattutto a fare intrattenimento, a screditare una classe dirigente già travolta da Tangentopoli e favorire così l’uomo sceso in politica per “salvare” il Paese.

Se poi si parla di comici, l’Italia non ha nulla da invidiare a nessuno: il Movimento 5 Stelle, oggi forza di governo, è nato per volontà di Beppe Grillo, che nella sua carriera di intrattenitore ha sempre attaccato i cosiddetti poteri forti, i politici, i corrotti. Per tanti anni lo ha fatto con spettacoli in tv, nei teatri e nei palazzetti dello sport. Un modo leggero per affrontare temi spinosi ma di interesse comune. Poi però ha capito che si poteva fare un passo ulteriore, sfruttando un linguaggio anti-politico e populista, trasformando il risentimento che da tempo circolava nel Paese in consenso. Il blog, i primi “vaffa”, urlati a squarciagola in tante piazze delle nostre città, erano spettacolo e politica allo stesso tempo. Nessun parlamentare si sarebbe potuto permettere di utilizzare un linguaggio così forte. Ma un comico sì, poteva farlo, perché sbeffeggiare i potenti è un suo compito.

I più grandi esperti di uomini dello spettacolo, prestati più o meno definitivamente alla politica, sono però gli statunitensi. Ronald Reagan, ancora oggi uno dei presidenti americani più amati dal popolo, da giovane ha recitato in oltre 50 film, anche se in gran parte ritenuti di serie B. Eppure ha saputo sfruttare quanto imparato in 28 anni trascorsi nel mondo dello spettacolo in uno strumento utile per diventare il “grande comunicatore”, come è stato ribattezzato durante i suoi due mandati da presidente degli Stati Uniti, tra il 1981 e il 1989. Reagan aveva la capacità di trasformare le parole in immagini, di utilizzare una terminologia da film, in modo che tutti fossero in grado di capire il messaggio che intendeva trasmettere. È così che ha trasformato l’Unione Sovietica nell’«Impero del male», un mix perfetto tra fantasia cinematografica e richiami biblici. Quindici anni più tardi, un altro attore, Arnold Schwarzenegger, austriaco naturalizzato statunitense, diventerà governatore dello Stato delle stelle del cinema, la California.  

Lo spettacolo entra nella politica, la cambia dall’interno. E lo show, a volte, rischia di diventare grottesco. L’attuale presidente americano è un imprenditore edile che ha saputo vendere il proprio marchio e la propria immagine attraverso la televisione. Nonostante diversi fallimenti in campo immobiliare, con le bancarotte di hotel e casinò da lui posseduti, Donald Trump è sempre riuscito a venirne fuori indenne, almeno agli occhi dell’opinione pubblica. Un cameo in alcune serie tv di successo, da “Willy, il principe di Bel Air” a “Sex and the City”, in film come “Celebrity” di Woody Allen e “Zoolander” di Ben Stiller, hanno fatto di Trump un personaggio pubblico. Ma è con un reality show, “The Apprentice”, in onda dal 2004 al 2017 sulla NBC, che è si è consacrato come star televisiva. In questo programma un gruppo di concorrenti si sfidava per stabilire chi fosse il migliore in fatto di qualità imprenditoriali. A supervisionare il tutto c’era proprio lui, “The Donald”, diventato una sorta di meme grazie alla frase pronunciata alla fine di ogni puntata, «You’re fired!», «Sei licenziato!».

La campagna elettorale di Trump è sembrata la continuazione di uno show che dura ormai da 20 anni. In più di un’occasione il magnate aveva ipotizzato una sua candidatura alle presidenziali, è stato ospite di talk show in cui spargeva notizie false sul conto di Barack Obama, accusandolo di non essere americano, o di essere stanco dei prodotti fabbricati in Cina e importati negli Stati Uniti, salvo indossare una cravatta realizzata proprio in Cina. Comizi in miniatura, che sembravano solo delle boutade per continuare a far parlare di sé. Invece il gioco, la provocazione si sono trasformati in un progetto politico: se fino a qualche anno fa l’idea del muro tra Stati Uniti e Messico poteva essere visto come uno scherzo, oggi è uno dei punti principali dell’agenda dell’amministrazione americana. Anche con Trump si è visto un attacco diretto all’establishment politico, come avvenuto con Berlusconi negli anni ’90, con Grillo nell’ultimo decennio e Zelensky nei giorni scorsi. Personaggi che la gente comune ha percepito come esterni al sistema, famosi solo perché dotati di capacità imprenditoriali o artistiche, e quindi più credibili, benché dotati di un certo spirito autoritario che non lasciava presagire nulla di buono.

Ne “L’uomo dell’anno”, si scopre presto che la vittoria del comico Dobbs è in realtà frutto di un errore del software installato nelle macchine per il voto elettronico, che gli aveva attribuito molti più voti di quelli che aveva effettivamente ricevuto. Alla fine Dobbs lascia la Casa Bianca, spiegando ai suoi concittadini che il suo unico interesse è quello di farsi beffe del potere, non di rappresentarne la quintessenza. La differenza con il mondo reale, forse, è proprio questa: mentre nei film il personaggio principale spesso ha un ruolo positivo e capisce quando farsi da parte, nella realtà gli showman trasformati in politici diventano la brutta copia di se stessi e tendono a commettere gli identici errori dell’establishment che tanto avevano criticato. In fin dei conti era lo stesso Tom Dobbs, in pieno stile populista, a dire che «I politici somigliano ai pannolini: bisogna cambiarli spesso e per lo stesso motivo».

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