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Venezuela, tra fame e colpi di Stato

È infinita, non si riesce a capire esattamente da dove inizi. Ci si sveglia la mattina all’alba, si esce da casa e si aspetta, in fila. Quanto ci vorrà per entrare? Non si sa, forse un paio d’ore. Ma ci sarà rimasto ancora qualcosa? Speriamo. Passano così le giornate di tanti venezuelani, fuori dai supermercati, aspettando il proprio turno per acquistare un po’ di farina di mais, del latte e qualche prodotto per la casa. Ormai è diventata un’abitudine. La morte di Hugo Chávez, il caudillo che ha introdotto il concetto di “rivoluzione bolivariana”, ha rotto l’incantesimo. Da quel 5 marzo 2013 il Venezuela non si è più ripreso. C’erano già problemi, certo. Ma in qualche modo la leadership di Chávez aveva retto, perché “el presidente comandante” non si poteva mettere in discussione, aveva fatto troppo negli anni precedenti per i più poveri, per i contadini, per gli analfabeti.

Solo che non si può finanziare la crescita di un Paese puntando sulla vendita di un unico prodotto. Prezioso quanto volete, ma pur sempre vittima delle logiche di mercato. Nei primi anni della presidenza Chávez il prezzo del petrolio continuava ad aumentare, era manna dal cielo. Tutti i piani per lo sviluppo economico e sociale voluti dal presidente si stavano realizzando e ogni elezione, dalle presidenziali alle amministrative, era un trionfo. Poi, la crisi. Prima di tutto in Occidente, con tanti Paesi entrati in recessione. Economie più lente, che avevano bisogno di meno petrolio. A cambiare tutto, però, è stata la scoperta di nuovi metodi di estrazione: costosi e quindi messi in pratica solo dai Paesi ricchi, ma capaci di produrre più greggio e di far abbassare il prezzo sul mercato mondiale. Gli Stati Uniti, che erano i primi clienti della PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato del Venezuela, hanno investito miliardi di dollari per non essere più schiavi dell’oro nero altrui. E l’equazione a Caracas è diventata estremamente semplice: meno petrolio venduto, meno entrate per lo Stato, collasso dei programmi di assistenza sociale.

I primi sentori della crisi si percepivano già con Chávez. Ma il presidente era malato di cancro, una battaglia che non poteva vincere. La sua pesante eredità politica sarebbe presto passata di mano, affidata al vice Nicolás Maduro, stazza imponente ma capacità di comando estremamente ridotte. Maduro si è ritrovato con il classico cerino in mano, chiamato a gestire un Paese che tornava ad avere paura dello spettro della povertà. Le elezioni presidenziali nell’aprile 2013 hanno subito mandato un segnale: Maduro ha vinto, ma di un soffio, poco più di 200mila voti di differenza con il candidato dell’opposizione Henrique Capriles e tanti dubbi sul regolare svolgimento delle elezioni.

L’esperienza della rivoluzione chavista ha iniziato a sgretolarsi e il popolo venezuelano ne sta sperimentando gli effetti: disoccupazione che ha superato il 40 per cento, inflazione alle stelle, difficoltà nel reperire i beni di primo consumo. La gente ha cominciato a scendere in piazza con costanza: all’inizio piccoli gruppi di opposizione che nel tempo si sono trasformati in fiumi di gente riversatisi nelle vie di Caracas e delle altre città del Venezuela. La gestione del risentimento popolare è stata fallimentare. Alla polizia si sono mescolati gli agenti del Sebin, il servizio di intelligence nazionale. Nessun limite alla repressione: i proiettili di gomma sono diventati rapidamente di metallo, le munizioni contenenti gas lacrimogeni sono state convertite in pallottole da sparare ad altezza uomo. E i morti sono iniziati a crescere di settimana in settimana, fino a diventare centinaia.

Di fatto, Maduro è sotto assedio da quasi 6 anni. Nelle elezioni del dicembre 2015 per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, il parlamento del Venezuela, la coalizione chiamata Unidad democratica ha surclassato il Partito socialista venezuelano, la creatura politica nata nel 2007 per volontà di Chávez. Un ribaltone tremendo (era da 16 anni che le forze fedeli alla rivoluzione bolivariana non perdevano un’elezione) che ha mostrato chiaramente come il popolo venezuelano cercasse un disperato appiglio per uscire dalla crisi. Maduro, pur dovendo riconoscere il risultato, ha subito dato la colpa alla “guerra economica” lanciata, a suo dire, dagli Stati Uniti e da “forze fasciste” interne al Paese.

La natura autoritaria del governo venezuelano si è mostrata in tutta la sua prepotenza in questi ultimi anni, con la Corte suprema, fedele al presidente, che ha cercato di svuotare di ogni potere il parlamento, arrogandosi addirittura il diritto di approvare le leggi al suo posto, decisione che ha poi ritrattato a causa delle proteste della comunità internazionale. Nel frattempo Maduro ha indetto una consultazione elettorale nel luglio 2017 per eleggere un’Assemblea nazionale costituente incaricata di redigere una nuova costituzione. In realtà questo organo è stato l’estremo tentativo da parte del presidente di scavalcare il parlamento venezuelano, ritenuto illegittimo. L’Assemblea costituente ha indetto le elezioni presidenziali del maggio 2018, negando la partecipazione a molti partiti di opposizione. Facile, troppo facile per Maduro essere rieletto, ma per le strade di Caracas le proteste sono andate avanti.   

Nel mezzo di questa crisi economica e istituzionale, all’inizio di gennaio di quest’anno è apparso dal nulla Juan Guaidó, 35enne esponente di Voluntad Popular (VP), una delle tante forze politiche che si sono coalizzate per sfidare Maduro. Per l’attuale governo VP è una formazione «fascista», nonostante i suoi esponenti si dichiarino di centro-sinistra e progressisti. Guaidó è stato eletto presidente dell’Assemblea nazionale a inizio anno, diventando di fatto il principale leader dell’ampia formazione anti-chavista. Il 23 gennaio 2019, con un colpo di teatro, si è autoproclamato presidente del Venezuela, giustificando tale azione con alcuni articoli della Costituzione: a suo parere le elezioni presidenziali non sono valide, Maduro è un «usurpatore» e quindi spetta al presidente del parlamento (cioè a Guaidó stesso) prendere le redini del governo.  

Una mossa che ha spaccato definitivamente in due fazioni il resto del mondo: da un lato i sostenitori di Guaidó, con gli Stati Uniti di Trump in prima fila insieme a buona parte dei Paesi sudamericani, tra i quali il Brasile; dall’altro lato Russia, Cina, Cuba e Bolivia, tutte rimaste al fianco di Maduro. Per Washington sarebbe fondamentale un cambio di regime, porre fine a un’ideologia che vede negli Usa il nemico supremo, simbolo dell’imperialismo capitalista e delle multinazionali che sfruttano i terreni e le popolazioni del resto del mondo. A Mosca e Pechino, invece, salvare Maduro significherebbe poter continuare ad avere un alleato in un continente che ha cancellato in pochi anni l’esperienza dell’“onda rosa”, cioè quei partiti di ispirazione socialista che hanno governato tutti i grandi Stati sudamericani. Come spesso accade in questi frangenti, l’Unione europea non è riuscita a prendere una posizione comune: gran parte degli Stati membri, Germania e Francia in primis, riconoscono Guaidó come legittimo presidente, mentre l’Italia, a causa del mancato accordo sul tema tra 5 Stelle e Lega, rimane neutrale, impedendo di fatto all’Ue di schierarsi in modo netto.

A questo punto però sembra legittimo chiedersi: se è vero, come raccontano da anni tutti i mass media internazionali, che la maggioranza della popolazione venezuelana è favorevole a un cambio di regime, come ha fatto Maduro a restare in carica fino a ora? Prima di tutto va detto che l’apparato burocratico e amministrativo del Venezuela è enorme, in quanto tale dà lavoro a tante persone che per convinzione o convenienza sono sempre rimaste fedeli a Chávez prima e a Maduro poi. Al di là di questo, la rivoluzione bolivariana ha rappresentato un sogno possibile per tanti venezuelani che vivevano in condizioni di estrema povertà: i programmi di sviluppo di Chávez hanno portato istruzione, terreni da coltivare e prezzi calmierati, dando speranza a chi per anni si era sentito abbandonato a se stesso. Una riconoscenza che va oltre l’ideologia politica, che tocca nel profondo l’animo di un popolo che mette assieme la fede in Dio con quella verso la propria “guida terrena”.

Inoltre, il presidente ha ancora dalla sua parte un apparato fondamentale dello Stato, le forze armate. Per far saltare il banco, dicono gli analisti, c’è bisogno che i generali dell’esercito rinneghino l’eredità di Chávez. Ma la loro posizione nella scala sociale venezuelana è fissata molto in alto, perché buona parte dei proventi del petrolio finisce direttamente nelle loro tasche. Senza contare che il narcotraffico sta facendo affari d’oro in questi anni e che più di un soldato potrebbe aver chiuso un occhio in cambio della giusta contropartita.

Eppure il 30 aprile una piccola frangia delle forze di sicurezza ha compiuto il primo passo, schierandosi con Guaidó. Si è detto che il golpe sarebbe stato imminente: in realtà gran parte dei disertori non avevano posizioni di vertice nelle gerarchie dell’esercito. Le Forze armate nazionali bolivariane, nonostante tutto, sono ancora fedeli a Maduro e hanno facilmente respinto il tentativo. Più interessante il fatto che a capo della rivolta ci fosse Manuel Ricardo Cristopher Figuera, capo del Sebin, quei servizi di intelligence che, come si è detto, hanno avuto un ruolo importante nella repressione delle rivolte degli anni scorsi. Forse una prima spaccatura nell’apparato che guida la difesa del Paese, ma comunque non sufficiente a segnare una svolta decisiva. Intanto, grazie all’intervento di Figuera, Leopoldo López, mentore politico di Guaidó e fondatore del partito Voluntad Popular, è tornato in libertà dopo essere stato arrestato nel 2014 e condannato per reati che vanno dal terrorismo all’istigazione a delinquere in seguito alle proteste scoppiate nel Paese. Dopo la sua liberazione, López si è rifugiato nell’ambasciata del Cile, per spostarsi poi in quella spagnola, ma non è ancora chiaro se la mossa sia fine a se stessa o se serva per ridare vigore al fronte anti-Maduro. In questa situazione sarebbe sbagliato dire chi è il “buono” e chi il “cattivo”: se gli errori dell’attuale governo sono tanti, non va neanche dimenticato che Leopoldo López è tutto tranne che un santo, come invece sembra volersi presentare. Il fondatore di VP, che vanta amicizie importanti negli Stati Uniti, non è nuovo a tentativi di golpe: ci aveva già provato nel 2002, mettendo a capo del governo l’allora presidente della Confindustria venezuelana, ma anche in quell’occasione l’esercito si era dimostrato fedele a Chávez riportandolo immediatamente al potere.

Comunque la si voglia vedere, Maduro, nonostante le voci che lo volessero in fuga verso qualche Paese amico, è ancora al suo posto e i suoi sostenitori continuano a dimostrargli fiducia, raccogliendosi numerosi davanti al Palacio de Miraflores, sede del governo. Se da un lato gli Stati Uniti minacciano a intermittenza possibili quanto improbabili interventi militari diretti, dall’altra Maduro ha dalla sua altre potenze mondiali che bilanciano le forze. Nonostante gran parte dell’America Latina abbia caldamente invitato il successore di Chávez ad andarsene, questo sa che nessun Paese dell’area gradirebbe un intervento armato esterno. Troppi brutti ricordi, troppa paura che i piccoli passi in avanti compiuti dalle fragili democrazie sudamericane possano essere spazzati via in un attimo. Intanto, a Caracas come nel resto del Venezuela, in tanti continuano ad avere fame.

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