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I familisti umbri abbandonano Pillon: “Il suo ddl è contro natura”

Nella terra del senatore leghista diversi movimenti cattolici bocciano il disegno di legge sull’affido condiviso

San Sisto, periferia –neanche troppo – di Perugia. Un agglomerato urbano sviluppatosi tra gli anni Cinquanta e Sessanta attorno alla fabbrica di cioccolato, la Perugina. Circa quattordici mila abitanti, una biblioteca che tutti chiamano l’astronave rosa, un teatro intitolato a Bertolt Brecht, la sede dell’ospedale Santa Maria della Misericordia – in questi giorni al centro dell’inchiesta che sta terremotando la sanità e la politica umbra – e una folta comunità di neocatecumenali. Cattolici che seguono il cammino di fede nato in Spagna negli anni Sessanta, su iniziativa di Kiko Argüello. Un percorso di riscoperta del battesimo, i cui statuti sono poi stati approvati dalla Santa Sede. In cammino è anche il senatore Pillon. Bresciano di nascita, umbro di adozione, Pillon oggi vive con moglie e tre figli a Corciano, in provincia di Perugia. Ma è proprio San Sisto la sua parrocchia di riferimento. Lì va a messa, frequenta la propria “comunità” (che non c’entra nulla con le comunità di recupero per chi è ha dipendenze), è stato catechista, non di bambini ma degli adulti del cammino “neo”, e ha gestito qualche corso prematrimoniale. «Nelle sue catechesi c’è sempre la politica – dice una ragazza che ne ha ascoltata qualcuna – secondo me dovrebbero restare due cose separate: o fai il catechista o fai il politico». «Pillon è un estremista», «Mi dispiace essere identificato con lui, poi è normale che la gente pensa che siamo dei cattolici bigotti». Proprio la piccola Umbria dove, anni fa, il senatore-avvocato leghista ha iniziato la scalata che lo ha incoronato politico di riferimento della galassia “familista”, sembra oggi voltargli le spalle.

«Per noi il disegno di legge Pillon è maschilista e reintroduce il concetto di gender. Non si può mettere a percentuale il tempo che un bambino deve trascorrere con la madre o con il padre. Significherebbe fare una legge contro natura». A parlare non è una femminista o un attivista Lgbt, ma il presidente del Popolo della Famiglia Umbria, Marco Sciamanna. Ingegnere classe 1961, assisano, Sciamanna guida la costola umbra del partito nato nel marzo 2016 dalla triade dei Family Day: Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo. Il Popolo è in sintonia con il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana e con la componente leghista al Governo: «Sulle tematiche che ci stanno a cuore – spiega Sciamanna riferendosi alla ‘sensibilità’ leghista su famiglia naturale, diritti civili delle persone Lgbt, utero in affitto e aborto – hanno dato segnali positivi, ma ancora non abbiamo raccolto niente. Resta una disattenzione verso i problemi della famiglia. Questo dalla Lega non ce l’aspettavamo». Il Popolo della Famiglia Umbria insomma, denuncia il “fuoco amico” della Lega nei propri confronti. L’ultima bruciatura è arrivata da Verona: «Noi del Pdf non siamo stati invitati a partecipare al Congresso mondiale delle famiglie. Non ci hanno fatto parlare. La Lega vuole emarginarci».

Sulla stessa lunghezza d’onda, rispetto al disegno di legge di riforma del diritto di famiglia, si trova anche un altro esponente di spicco della destra familista umbra. «A me dispiace che tutti prendiate Pillon come termine di paragone. Io non sono d’accordo su niente con lui». Sergio De Vincenzi è consigliere comunale a Perugia e consigliere regionale dell’Umbria. Origini romane, laureato in Medicina veterinaria, insegna ed è padre di nove figli. Ma soprattutto è la guida di Umbria Next, contenitore civico che, come il Popolo della Famiglia, si rifà alla dottrina sociale della Chiesa. «Non ci rivolgiamo solo ai cattolici in senso stretto – spiega – ma a tutta quella gente che si ritrova in una politica di buon senso, anche se questo oggi è lo slogan di Matteo Salvini». Sul ddl a prima firma del senatore Pillon, ha le idee chiare: «Non ne condivido l’impianto, il fatto che padre e madre siano messi sullo stesso piano. Le necessità di un figlio non possono essere stabilite a priori, dipendono dall’età e dal sesso. Un adolescente deve potersi identificare con il genitore dello stesso sesso e quando un bambino è ancora piccolo serve una maggiore presenza della madre».

L’articolo 11 del testo del ddl Pillon prescrive invece l’equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; i figli di genitori separati o divorziati dovrebbero quindi “trascorrere con ciascuno dei genitori tempi adeguati, paritetici ed equipollenti, salvi i casi di impossibilità materiale”. «Ma i genitori non hanno le stesse funzioni – ribatte il consigliere De Vincenzi – questo è un dato biologico. Lo stesso che ci fa dire ‘no’ alle adozioni gay».  «Credo sia stato fatto tutto con troppa fretta e senza un aperto confronto con quelli che per Simone Pillon sarebbero dovuti essere punti di riferimento, come il “Comitato difendiamo i nostri figli”» continua De Vincenzi. Il consigliere, che sia in Comune sia in Regione siede tra i banchi del Gruppo Misto, intende proporre misure che possano concretamente aiutare i giovani a creare una famiglia. E appoggia la proposta principale del Pdf: quella di istituire un reddito di maternità. Mille euro al mese a tutte le donne che, in via esclusiva, cioè lasciando il lavoro, scelgano di dedicarsi alla famiglia. Durata massima 8 anni, con un’eccezione: dopo il quarto figlio, o con un figlio disabile, il reddito diventa un vitalizio. La madre, insomma, potrà (o dovrà) restare per sempre a casa.

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