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Europa ti amo, Europa ti odio

C’è un’isola minuscola, un puntino nel mar Mediterraneo: i suoi abitanti sono poco più di 750 e per arrivare sulla terraferma ci vuole un’ora di traghetto. La vita è dura, certo. Ma almeno sono persone libere, hanno deciso di vivere qui. Ottant’anni fa, invece, non c’era scelta. In questo lembo di terra e tufo circondato dall’acqua si veniva portati con la forza: sei un comunista, un anarchico, un oppositore del regime fascista? Allora sei un pericolo per lo Stato, il posto giusto per te è l’isola di Ventotene.   

Se a un uomo togli tutto, compresa la libertà, cosa può restargli? Le idee. Ecco, forse è questo quello che avranno pensato Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nei loro anni trascorsi al confino. La forza con cui il regime tentava di reprimerli aveva scatenato una grande intuizione, una risposta alla violenza, al nazionalismo, al populismo che erano il pane quotidiano offerto agli italiani dal partito fascista e ai tedeschi dai nazisti. Siamo nel 1941, in piena guerra, ma Spinelli e Rossi guardano già oltre: «Gli spiriti – scrivono in quello che sarebbe divenuto noto come il “Manifesto di Ventotene” – sono già ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale». Il conflitto stava distruggendo il Continente e l’unico modo per superare i contrasti sarebbe stato quello di unire i propri interessi sotto un’unica istituzione, gli Stati Uniti d’Europa: tante repubbliche federate, con un governo e un parlamento in grado di decidere su grandi questioni economiche e politiche.

All’epoca, un sogno. Oggi, paradossalmente, sembra utopia. Paradossalmente perché gli sforzi per avvicinarsi alla visione di Spinelli, Rossi e Colorni (che si occuperà della prefazione e della pubblicazione del manifesto) sono stati fatti: la nascita della Comunità economica europea (Cee) con i Trattati di Roma del 1957, il Trattato di Maastricht del 1992, che ha ufficialmente dato vita all’Unione europea (Ue), l’invenzione dell’euro, la moneta unica. E poi l’abbattimento delle barriere doganali tra gli Stati membri, la libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi, la cittadinanza europea, i fondi per lo sviluppo di idee e progetti.

Nonostante questo (e molto altro), gli Stati Uniti d’Europa non sono nati: l’Ue è ufficialmente composta da 28 Stati membri, indipendenti fra loro. E oggi più che mai è forte questa volontà di rimanere autonomi. Dopo decenni di “sbornia” europeista, sembra essere tornato di moda il sovranismo e i partiti che meglio hanno saputo cavalcare l’onda del risentimento verso delle istituzioni comunitarie percepite come fredde, insensibili ai bisogni della gente, sono quelli maggiormente in crescita di consensi.

In questo clima di sfiducia si andrà a votare il 26 maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Saranno elezioni piene di incertezze e bizzarrie, a partire dalla questione Brexit: il Regno Unito non ha ancora raggiunto un accordo formale per uscire dall’Ue e, incredibile a dirsi, sarà costretto a organizzare il voto europeo. I seggi del prossimo Parlamento rimarranno così 751, in attesa che Londra sbrogli la matassa: a Brexit avvenuta diventeranno 705, con una parte che verrà ridistribuita tra gli altri Stati membri. Ma al di là delle questioni tecniche, dai sondaggi emerge un dato interessante: a vincere le elezioni nel Regno Unito potrebbe essere l’Ukip, il partito di Farage, primo promotore della Brexit, mentre i Conservatori della premier Theresa May verrebbero nettamente sconfitti.

Un’altra stranezza sarà rappresentata dalla composizione del Parlamento europeo, che vedrà aumentare il numero di forze politiche anti-Europa e anti-euro. Un cortocircuito del sistema. Sempre stando ai sondaggi, infatti, chi crescerà maggiormente rispetto alla tornata elettorale del 2014 sarà il gruppo “Europa delle Nazioni e della Libertà”, la formazione politica di riferimento della Lega di Matteo Salvini e di Rassemblement National di Marine Le Pen. Due personaggi che non hanno esattamente usato parole al miele verso le istituzioni europee in questi ultimi anni. Perderanno diversi seggi i gruppi che raccolgono le famiglie storiche del pensiero politico europeo, i “Socialisti e Democratici” e il “Partito popolare europeo”, anche se insieme ai Liberali dovrebbero essere in grado di formare una maggioranza stabile a Strasburgo.

Accadrà, quindi, quello che stiamo già vedendo da tempo nelle varie elezioni nazionali. I partiti di destra guadagneranno consensi e seggi grazie a slogan semplicistici che rispondono però alle tante questioni sorte negli ultimi anni. Prima su tutte l’immigrazione: secondo una rilevazione di Eurobarometro, questo è il tema principale da affrontare per gli italiani (66 per centro), i maltesi (65 per cento), gli ungheresi (62 per cento) e i greci (59 per cento). Tutte realtà di frontiera, l’Italia in particolare, che con l’avvento del governo Lega-Movimento 5 Stelle ha radicalmente cambiato la sua posizione, limitando al massimo gli sbarchi dei migranti. «Se li prendano gli altri» è il motto del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il problema è che gli altri Stati dell’Ue, spesso, si sono voltati dall’altra parte e le istituzioni europee non sono riuscite a dare un indirizzo comune. Nonostante le regole imposte dal Trattato di Dublino e la presenza di Frontex, l’agenzia che si occupa del controllo della frontiera esterna dell’Unione europea, la sensazione generale è che i Paesi che si sono trovati a gestire i flussi migratori provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, siano stati abbandonati a se stessi. È difficile dire quanto questa “solitudine” sia reale e quanto invece sia costruita ad arte per scaricare su Bruxelles le proprie colpe. Fatto sta che il tema può essere facilmente sfruttato dai nazionalisti per attrarre consenso ed è quello che sta accadendo, a scapito di chi cerca una stilla di speranza lontano dalla miseria, mettendo a rischio la propria vita.

Le questioni economiche sono un altro grande terreno di battaglia. Austerità è stata la parola-chiave di questi anni, mostro o totem, a seconda dei punti di vista. In pochi la difendono ancora: la Grecia si è salvata dal disastro, ma la popolazione è rimasta in ginocchio. Lo ha detto anche l’attuale presidente della Commissione europea, il controverso e discusso Jean-Claude Juncker: «Con la Grecia abbiamo sbagliato, non siamo stati abbastanza solidali». L’Italia, dal canto suo, è sempre in bilico. Le “bacchettate” dei tecnocrati europei ogni volta che viene proposta una riforma che rischia di far sforare i parametri di Maastricht fa male. E il dolore, non importa se simbolico, fa crescere il risentimento, diventa un assist perfetto per chi vive politicamente grazie all’odio.

Infine c’è l’ambiente, tema che sembra preoccupare soprattutto i Paesi del Nord Europa, stando al già citato sondaggio di Eurobarometro. I gruppi europei formati dai partiti di centro-destra non vogliono sentir parlare di normative che limitino l’utilizzo dei combustili fossili, mentre c’è una maggiore apertura sulla riduzione della plastica, questione sulla quale sono stati già fatti passi avanti negli ultimi anni. Molto più aperti e votati all’utilizzo delle rinnovabili le formazioni politiche di centro-sinistra, con i Verdi capofila per un’Europa che dovrebbe essere un modello da seguire in tutto il mondo. Comunque la si pensi, su questo argomento, come su qualunque altro finisca per essere discusso nei palazzi del potere suddivisi tra Bruxelles e Strasburgo, resta vero un fatto: l’obiettivo finale degli europarlamentari sembra essere quello di scontentare il meno possibile i cittadini del proprio Paese di provenienza, di proteggere oltre misura gli interessi nazionali, per poi rientrare in patria e gonfiare il petto.

In questo senso il Parlamento europeo, come il resto delle istituzioni comunitarie, sembra più un ring in cui vengono a confronto non tanto idee e proposte sul futuro del nostro Continente, quanto gli interessi nazionali, con visioni miopi e votate solo al consenso del momento. Ecco, questo non era proprio quello che sognavano Spinelli, Rossi e Colorni, non è l’Europa che ha ottenuto il Nobel per la Pace, non è neanche l’Europa dei giovani, di quelli che la vedono come un’unica grande casa da vivere in ogni suo angolo e di cui andare fieri. Ma soprattutto si sta allontanando sempre più dal suo motto, “Uniti nella diversità”, una diversità che adesso viene sfruttata come arma e non più come risorsa per restare al passo con i tempi.

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