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Il “Codice rosso” da solo non basterà

Quant’è facile fare del male, oggi, a una persona? Basta poco, per rovinarle la reputazione, l’immagine, la vita. Bastano una foto o un video realizzati in un momento che dovrebbe rimanere privato, chiuso nei soli ricordi di chi l’ha vissuto. Eppure, sempre più spesso le immagini intime di giovani e meno giovani finiscono per essere condivise su internet, chat di gruppo, social network.
Un fenomeno democratico, nella sua crudeltà, perché può capitare a chiunque. In fondo, serve solo uno smartphone. A volte succede per gioco, altre per vendetta. La certezza è che nella maggior parte dei casi a diffondere le immagini sono persone vicine ai diretti interessati. A questo si affiancano altre storie, fatte di violenza tra le mura domestiche, di mariti che picchiano le mogli, di figli maltrattati o di genitori costretti a subire il dolore e l’umiliazione di dover essere vessati dai propri ragazzi.

Per questo motivo si è iniziato a parlare di “emergenza”. La terribile storia di Deborah Sciacquatori, che nel tentativo di difendere la madre e se stessa ha ucciso il padre alcolizzato e violento, oppure quella di Tiziana Cantone, che si è tolta la vita dopo che alcuni dei suoi momenti più intimi sono stati messi in rete fino a diventare virali, sono parte delle cronache quotidiane. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile scorsi il Parlamento ha iniziato a discutere un disegno di legge, chiamato “Codice rosso”. L’obiettivo è quello di inasprire le pene nei confronti di chi commette questi atti terribili contro persone che spesso fanno parte della propria cerchia familiare. Per questo il reato di violenza sessuale verrà punito con un periodo di reclusione che va da un minimo di 6 anni a un massimo di 12, mentre fino a oggi i due estremi andavano dai 5 ai 10 anni. Le pene saranno aumentate anche nei casi di stalking e di violenze domestiche.

Ma il “Codice rosso” è importante soprattutto perché andrà a perseguire dei reati nuovi, di cui si è presa coscienza dopo i tanti fatti di cronaca di questi ultimi anni. Tra questi c’è il “revenge porn” o vendetta porno. Inviare o pubblicare immagini di una persona a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso dell’interessato verrà punito con la reclusione da 1 fino a 6 anni di carcere e con una multa che potrà arrivare fino ai 15mila euro. E ci sarà un comma specifico dedicato a chi sfregia in maniera permanente il volto di un’altra persona (reclusione dagli 8 ai 14 anni, che diventa ergastolo nel caso in cui la vittima dovesse morire). Inevitabile, in questo caso, pensare alla storia di Gessica Notaro, ragazza riminese sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato nel gennaio 2017. Oppure alla perversa vicenda di Martina Levato che, insieme al compagno Alexander Boettcher, ha cercato di “punire” i suoi ex fidanzati gettando sui loro volti acido muriatico.

Sull’onda emotiva di questi eventi, il disegno di legge ha iniziato il suo iter alla Camera dei deputati e, nonostante qualche lite su una serie di emendamenti proposti da Forza Italia e Pd inizialmente bocciati dalle forze di governo, è stato approvato abbastanza rapidamente senza voti contrari. Un gesto di buon senso, si dirà. Peccato che poi la legge si sia impantanata nella melma, scavalcata da discussioni su temi che l’attuale governo ritiene più urgenti. Eppure il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sempre assicurato che il ddl sarebbe stato presto presentato anche a Palazzo Madama, in maniera da diventare legge ed essere inserito nel codice penale italiano.

Ed eccolo rispuntare fuori dal nulla, in un pomeriggio di metà luglio, in mezzo a mille schermaglie politiche su questioni legate all’immigrazione. In una giornata il Senato ha approvato in via definitiva il “Codice rosso”: 197 sì, 47 astenuti, tra i quali molti senatori del Pd e di Leu. «Più sicurezza e protezione per le donne vittime di violenza: grazie al Codice rosso, i magistrati dovranno ascoltarle entro tre giorni dalla denuncia!» ha scritto festante su Twitter il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. «Oggi lo Stato dà una risposta molto forte: dice ad alta voce che le donne in Italia non si toccano» gli fa eco il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Eppure queste sembrano i soliti, semplici e semplicistici slogan del politico navigato, quelli del tipo «l’avevamo detto, l’abbiamo fatto», poi poco importa se ci saranno veramente dei risultati, se le cose cambieranno.

Per questo in tutto il marasma di dichiarazioni trionfalistiche, ce n’è una che vale la pena sottolineare. È quella di Giulia Bongiorno, attuale ministro della Pubblica amministrazione, ma soprattutto avvocato di fama nazionale che da anni si batte in favore delle donne vittime di violenza: «Questa legge è il massimo che si può attualmente fare sul piano legislativo per combattere la violenza sulle donne. Il fenomeno è molto spesso una conseguenza delle discriminazioni; dunque – ha aggiunto – gli interventi legislativi devono essere accompagnati da azioni concrete sul piano culturale». Eccolo il vero punto, la cultura. Una legge può e deve dare un’indicazione chiara su quello che uno Stato ritiene inammissibile, ma non può cambiare da sola il modo di essere e di pensare delle persone. Questa emergenza, se tale la si ritiene, va affrontata passando al piano più complesso, quello della testa di ognuno di noi, della propria educazione e del modo di rapportarci con il resto del mondo. Altrimenti il “Codice rosso” sarà solo un altro dei tanti provvedimenti nostrani che punisce (giustamente) chi sbaglia, ma che lascia lì, intatto, il problema di fondo.

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