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Requiesci et Labora

Trenta giorni ha novembre, con april giugno e settembre…. E se i mesi fossero tutti da 30 giorni, e i restanti 5 o 6 dì – a seconda dell’anno bisestile o meno – fossero festività del popolo? Non è soltanto un esercizio teorico, ma è quanto prevedeva il calendario rivoluzionario sovietico che, entrato in vigore nel 1929, il 1 ottobre ha festeggiato 90 anni.

Il calendario rivoluzionario sovietico era una versione razionalizzata e anti-religiosa del calendario gregoriano. La settimana da 7 giorni veniva abolita e rimpiazzata da una da cinque. La ragione? Bandire la domenica cristiana come giorno del riposo. I 5 o 6 giorni che restavano fuori erano festività dedicate a Lenin, al lavoro e all’industria.

Nella nuova settimana, poi, i lavoratori erano divisi in 5 gruppi di colori differenti e ciascun gruppo riposava in un giorno diverso. Lo scopo era quello di aumentare l’efficienza industriale evitando l’interruzione regolare di un giorno non lavorativo. Così facendo, certo, ogni lavoratore aveva più giorni di vacanza: uno ogni 5, invece che uno ogni sette. Il sistema si rivelò però molto impopolare: se moglie e marito appartenevano a gruppi di lavoro diversi, non potevano riposare lo stesso giorno.

Alla fine – complice la resistenza della tradizione della domenica di riposo, quasi impossibile da eliminare – l’Unione Sovietica decise di ritornare, il 27 giugno 1940, al calendario gregoriano nella sua versione “normale”, con la settimana da 7 giorni. Il tempo tornò a seguire il ritmo occidentale, e presto anche tutto il resto riprese a scorrere seguendo le leggi dell’Ovest.

Oggi il Capitale scandisce il tempo a suo piacimento, non c’è Papa Gregorio che tenga: si lavora la domenica, la notte, il Natale. Di rivoluzioni temporali, all’orizzonte, non c’è traccia. “Il tempo è dei filosofi, la terrà è di chi la lavora”, recita un verso del canto anarchico “Dimmi bel giovane”. Tratto da una poesia scritta dopo il 1871, calendario gregoriano

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