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Depressione interna lorda

Per tanti anni c’è stato un paese nel mondo che ha avuto un solo psichiatra, un paese che ancora oggi non contempla nel proprio vocabolario i termini “ansia” e “depressione”. Per ragioni turistiche gli è stato affibbiato il nome di Shangri-La, luogo immaginario creato nel 1933 da James Hilton nel suo libro “Orizzonti perduti”.

Oggi però il Bhutan è tutto tranne l’eden fantasticato dallo scrittore britannico. Se il paesaggio è ancora mozzafiato, grazie al 60 percento del territorio ricoperto da foreste, questo piccolo regno ai piedi dell’Himalaya sta perdendo il suo status di paradiso terrestre a livello sociale, con i suoi 760mila abitanti che sono sempre più depressi. Strano, perché se andate a cercare nei meandri delle vostre menti il Bhutan dovrebbe avere un suo piccolo spazio, creato da anni di articoli e servizi che lo magnificavano come “il paese più felice al mondo”.

Come buona parte delle realtà che vengono riassunte con slogan semplicistici, si è sempre trattato di una grande forzatura. Tutto è iniziato quando il Bhutan ha inventato il concetto di “Felicità interna lorda” (Fil), da contrapporre al ben più famoso Pil, il prodotto interno lordo, che misura la ricchezza che un paese riesce a produrre nell’arco di un anno. Un’idea nata dall’allora re di questo stato asiatico, Jigme Singye Wangchuck, che nel 1972 dichiarò al Financial Times che il Bhutan avrebbe dovuto misurare il proprio progresso attraverso questo indice, invece che guardare al Pil.

Una mossa intelligente, perché dichiarava senza mezzi termini che la “terra del drago” non intendeva misurare il benessere dei propri abitanti solo attraverso delle cifre sulla produzione, ma bisognava tener conto anche dalla qualità dell’aria, dell’ambiente, dell’educazione, della salute, della vitalità della comunità, tanto per dirne alcune. Il Bhutan ha fatto del Fil una bandiera, ha creato una commissione apposita ed esportato un’immagine positiva nel mondo, tanto che altri paesi o singole città hanno iniziato a tener conto di questo indice. Eppure il Bhutan non sembra una terra felice: l’utilizzo di droghe e di alcol è in costante aumento, molte volte associati alla presenza di disturbi mentali, su tutti la depressione.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), questo stato himalayano è da anni tra i primi trenta paesi al mondo per tasso di suicidi. È stato riscontrato che nel 70 percento dei casi in cui un cittadino bhutanese si è tolto la vita, questo soffriva di dipendenza da droghe o alcol.

È un lento processo di annientamento, iniziato 60 anni fa, quando il Bhutan si è aperto al mondo costruendo la sua prima autostrada: da allora il cammino verso la modernità ha fatto passi in avanti notevoli, trasformando per sempre una terra dove la filosofia buddhista si mescola con le leggi del paese. Il lavoro nelle campagne è diminuito, in favore dello sviluppo dei centri urbani, sempre più gente si è spostata verso la capitale Thimphu, che oggi raccoglie circa un settimo di tutta la popolazione nazionale. Il vecchio sistema in cui ogni individuo era protetto ed educato da una comunità di villaggio, non esiste più. Un equilibrio che si è rotto e sta portando a conseguenze tremende sui più giovani, incapaci di resistere alle pressioni di un paese che non vuole più essere solo uno scrigno tra Nepal e India. Una situazione che sta portando a un paradosso. Gli inventori della Felicità interna lorda sono tristi: nel “Report mondiale sulla felicità”, stilato dall’Onu, il Bhutan è solo 95esimo su 156 stati e a far la differenza al ribasso è soprattutto l’indice della “speranza di vita in buona salute”, simile a quello di Gabon e Iraq, peggiore di quello della Palestina.

Il Bhutan sta vivendo, nel suo piccolo, le difficoltà del mondo globalizzato. Difficoltà dalle quali non sembra sfuggire nessuno: non importa quanto si è sviluppati, non conta neanche avere un sistema di welfare all’avanguardia, perché i disturbi mentali e l’abuso di sostanze stupefacenti sono questioni aperte un po’ in tutto il mondo. Già nel lontano 2001 l’Oms sottolineava come a livello globale una persona su quattro soffrisse, nell’arco della sua esistenza, di una qualche forma di disturbo mentale e che il 40 percento dei paesi non avesse approntato alcuna misura di sostegno. Un report dell’Ihme, istituto di ricerca statistica dell’Università di Washington, sottolinea come oltre il 50 percento dei disturbi psichici siano riconducibili ad ansia e depressione.

Con quella sottile sensazione che va dallo sconcerto alla curiosità si può leggere e interpretare la mappa mondiale dei disturbi psichici e dell’abuso di sostanze stupefacenti: si scopre così che i più depressi al mondo sono gli abitanti della Groenlandia. Anni di studi non hanno ancora identificato una causa principale, ma il mix di difficili condizioni ambientali, povertà e scarse opportunità lavorative, il tutto unito a un abuso di alcol impressionante, paiono essere sufficienti a spiegare tale fenomeno. Qui il tasso di suicidi è altissimo, 100 persone ogni 100mila abitanti, il doppio di quello che si registra in Giappone, altra terra ben nota a psichiatri e sociologi. Guardando molto più a est si può vedere che due terre come Australia e Nuova Zelanda, che per tanti giovani sono state una sorta di nuova frontiera, in realtà registrano un tasso molto elevato di malattie mentali e utilizzo di droghe e alcol, tra i più alti al mondo. Ed è forse paradossale leggere che due grandi “nemici” come Stati Uniti e Iran, per ragioni molto diverse, devono affrontare lo stesso tipo di dipendenze e disturbi.

Nel caso delle droghe, è un settore che ha conosciuto un’ulteriore espansione in questi ultimi anni. I dati più recenti a livello mondiale vengono forniti dall’Unodc, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine. Secondo il report di questa agenzia, nel 2017 sono 271 milioni le persone che hanno fatto uso almeno una volta di sostanze stupefacenti, il 5,5 percento degli esseri umani a livello globale. Una crescita di circa il 30 percento rispetto al 2009, a fronte di un aumento della popolazione in questa fascia temporale del 9,77 percento.

L’Italia, come forse avrete intuito da questa panoramica, non è immune a tutto ciò. L’Istat riporta che nel nostro paese ci sono 2,8 milioni di persone affette da depressione, l’associazione Alpa sottolinea come siano oltre 10 milioni gli italiani che soffrono di disturbi legati all’ansia e attacchi di panico. In ambito droghe, l’Italia è il terzo consumatore a livello europeo, con il 22 percento della popolazione tra i 15 e i 64 anni ad averne fatto uso almeno una volta nel 2017.

La sequela di ricerche e di dati su questi temi è infinita, spesso però ci si dimentica di parlare delle cause. Come si è visto, non ci sono realtà in cui questi fenomeni sono marginali: il Bhutan ha, evidentemente, una struttura economica, sociale e culturale molto differente da quella della Groenlandia o degli Stati Uniti. Eppure se ci si ferma ai numeri, non ci sono differenze abissali. I ricercatori hanno dimostrato una certa predisposizione genetica e biologica ad ammalarsi di depressione, così come la componente ambientale e familiare è spesso fondamentale per chi ricorre agli stupefacenti. Spesso dalle ricerche manca un ulteriore fattore, che è un misto di aspettativa sociale, personale ed economica. Quanti di noi dicono di essere stressati, preoccupati per il futuro incerto, totalmente spiazzati dagli imprevisti? Appare evidente che un mondo come quello attuale – globalizzato, iper-competitivo, tutto incentrato sull’individualismo e il successo personale a discapito degli altri – porti a una quantità di stress tale da non poter essere gestita dal singolo e che si trasforma in patologia nel corso della vita. Nel 2014, nel suo report annuale, l’Oms segnalava che nel 2020 la depressione sarebbe diventata il disturbo mentale principale a livello mondiale, la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari. Siamo arrivati, il 2020 è oggi, ma siamo ancora qui a domandarci perché gli esseri umani stanno scivolando verso l’autodistruzione.

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