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Trenta secondi

Il “Balcone” è il luogo affiggere un grido di battaglia. Questa puntata racconta la lotta quotidiana combattuta dagli abitanti di Norcia. In 30 secondi, quelli del sisma, l’anima dei nursini è volata via. Tre anni dopo, non è ancora tornata

Norcia ferma a tre anni fa: Bianconi schiacciato dalle macerie della sua città

La ricostruzione non parte, i terremotati: “Ci impediscono anche di riunirci in uno spazio collettivo”. Viaggio nel borgo che ha bocciato il suo candidato presidente.

Perfino il vicesindaco dell’amministrazione di centrodestra da poco riconfermata a Norcia lo ammette: “Qui la ricostruzione è a zero”. E non serve molto per rendersene conto. Nel centro storico della cittadina umbra, piegata dal terremoto dell’ottobre del 2016, è il 27 ottobre 2019: mentre i turisti brulicano su corso Sertorio, saltando da una norcineria all’altra, i cittadini, con la scheda elettorale in mano, si recano alle urne a decidere le sorti della regione. Il 28 mattina l’Umbria rossa si sveglierà nera: a vincere le elezioni regionali è la leghista Donatella Tesei, che guadagna il 57,55 per cento dei voti, schiacciando la strana coppia Pd-M5s che si ferma a 37,48. Un risultato storico che inquieta e parla chiaro: la sinistra da sempre forte è diventata così debole da lasciare i suoi spazi alla destra, quella della Lega.

Norcia è una città doppiamente strategica: è la città maggiormente colpita dal terremoto del 30 ottobre del 2016 e, soprattutto, è la città di Vincenzo Bianconi, protagonista dello strambo esperimento del Pd e del Movimento 5 Stelle e trasformatosi presto nel capro espiatorio del fallimento. Qui Bianconi ha un vero e proprio impero economico. Ex presidente di Federalberghi, è proprietario di tre strutture alberghiere di lusso.

“Ha dato lavoro a tanti qui, ma qua pensano tutti ad andare al potere e a mangiare. Per me lui farà come tutti gli altri”, dice una cittadina di Norcia che incontriamo in una Sae, le famose casette dei terremotati che nascono fuori dalle mura cittadine. “Bianconi è di Norcia, lo conosciamo personalmente tutti qui. Se andrà lui alla Regione, magari avrà un occhio di riguardo per la sua città”, risponde un altro nursino, convinto che il voto a Bianconi sia un voto speso bene. “Fosse per me voterei Salvini”, precisa, “ma penso che Vincenzo ci possa aiutare”.

Non l’hanno pensata come lui tanti altri concittadini. Norcia, 4815 abitanti, 3764 elettori, 2695 votanti: voti alla lista di Bianconi Vincenzo 1008, voti alla lista di Tesei Donatella 1584. Il 60,09 per cento dei nursini ha scelto la Lega, ha scelto la destra di Donatella Tesei, ha scelto, soprattutto, di non votare il compaesano Bianconi. A tre anni dal terremoto, la città si sveglia con la svolta a destra della regione da sempre a sinistra e le macerie ancora tutte lì, ad aspettare una ricostruzione che tarda a partire.

Se nel weekend i vicoli della città sono animati da turisti, il lunedì mattina a farla da padrone sono la desolazione e l’abbandono. Basta alzare gli occhi al cielo e vedere le imposte delle case sigillate, le finestre delle palazzine basse sempre chiuse per capire che Norcia dorme ancora. Ma è soprattutto fuori dalle mura e nelle frazioni che il terremoto del 30 ottobre del 2016 è ancora una ferita sanguinante. Le case sventrate sono le stesse di tre autunni fa, le macerie immobili ricoperte di erba spessa scandiscono un tempo che non passa mai.

Le colpe si rincorrono in uno scaricabarile in cui a perdere è sempre e solo la comunità. Per l’amministrazione ci sono troppi cavilli burocratici. I vincoli della Sovrintendenza ai beni culturali bloccano progetti e impediscono di ripensare una città a prova di sisma; l’Ufficio speciale per la ricostruzione è troppo lento, le pratiche si accumulano e le autorizzazioni arrivano dopo mesi e mesi di attesa, quando arrivano. “Abbiamo fatto 500 B (le abitazioni aedes B, con danni lievi, ndr), stanno partendo delle E (quelle completamente distrutte, ndr), ma se vedi Norcia da fuori ci sono appena quattro gru”, ammette Giuliano Boccanera, vicesindaco della città.

I limiti paesaggistici sono enormi in un borgo storico come quello di Norcia. Si pensa a salvaguardare il patrimonio culturale a discapito di una ricostruzione più sicura. I cittadini, memori dei grandi terremoti che già hanno sconvolto questa terra fragile, lo sanno e sono arrabbiati. Caterina ha 32 anni e la voce che trema dalla rabbia. Nella vita fa l’ingegnere e se n’è andata da Norcia un anno fa, nonostante qui un lavoro l’avrebbe trovato. “Qui non ci voglio restare. Mi sono ammalata”. È un tecnico e sa bene che quello che sta succedendo nella sua Norcia non aiuterà la città a rinascere: “Bisogna demolire tutto e ricostruire tutto in maniera antisismica, non si può pensare di costruire sulle macerie sapendo che tra dieci anni lo Stato dovrà far fronte a un’altra ricostruzione, perché il terremoto è ciclico e lo sappiamo. Tutto questo non ha senso e ce l’ha insegnato il terremoto del ‘78: le case di chi ha buttato giù tutto e ha ricostruito daccapo sono ancora in piedi oggi, le altre sono macerie”.

Alla base del ritardo, errori e burocrazia. La falla più evidente è relativa proprio alle abitazioni aedes B: strutture ritenute inagibili, i cui danni, però, sono lievi. Chi abitava in quelle case vive dall’ottobre del 2016 tra alberghi, container, Sae (soluzioni abitative in emergenza, le famose casette) o in case in affitto che paga avvalendosi del cas (contributo autonoma sistemazione). Questa soluzione pesa sulle casse dello Stato – in media 160mila euro – quando il danno dell’abitazione aedes B nella maggior parte dei casi si aggira attorno a poche decine di migliaia di euro.

Per l’amministrazione la strada più semplice sarebbe stata quella di garantire un massimo di contributo immediato per evitare le spese tra hotel, sae e cas. Ma in realtà la questione è ben più complessa: per l’ufficio speciale per la ricostruzione in Umbria – tra i bersagli della giunta Alemanno – in alcuni casi “la possibilità di accelerare il processo c’è, ma il problema è che la gente non vuole iniziare prima di avere ottenuto il contributo e così i tempi si allungano. Solo in 50 l’hanno fatto. È indicativo”, spiega Alfio Moretti, coordinatore dell’Ufficio speciale per la ricostruzione in Umbria.

Il vero problema per Moretti è l’assenza di personale: “Siamo pochi e le domande troppe, dall’ufficio centrale non mandano altre forze. Siamo appena mille in quattro regioni diverse, per un terremoto che ha coinvolto 60mila edifici”. Senza contare che “di questi mille, settecento vengono impiegati nei comuni per gestire l’emergenza e non la ricostruzione”. Ma per l’amministrazione il problema sta proprio in un Ufficio per la ricostruzione che non lavora come dovrebbe: “L’ufficio potrebbe essere organizzato meglio, in altre regioni hanno le stesse forze eppure vanno più veloci”.

Anche l’ingegnere Luigi Trincia rileva, tra i vari problemi che hanno portato alla stasi, quello di una burocrazia farraginosa e lenta: “La fase dell’emergenza in Umbria è durata fino al 2017, tant’è che la normativa che riguarda la ricostruzione pesante è uscita solo ad aprile del 2017 e solo nell’estate di quell’anno sono state avviate le prime pratiche”. Ma ci sono anche altre cause per Trincia, come il sottodimensionamento dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione: “Se avessero avuto 50 istruttori invece dei 18 che sono adesso, avrebbero smaltito le pratiche più velocemente. È pur vero che l’Usr, per non rischiare di sbagliare, ha controllato capillarmente ogni autorizzazione. Questo può essere fatto se ci sono forze sufficienti”.

L’amministrazione, a discapito di quello che dicono i cittadini, è soddisfatta: “Abbiamo fatto circa 800 sae, come se avessimo costruito una nuova Norcia”. Già, ma questa nuova Norcia ora va smontata, di nuovo, visti i problemi con cui gli abitanti sono costretti a vivere. A causa dell’utilizzo dei materiali sbagliati, il pavimento delle casette marcisce sotto ai piedi di chi pensava di aver trovato finalmente un po’ di serenità.

Mara e Vincenzo, insieme ai loro figli, dopo il 30 ottobre del 2016 hanno vissuto per un mese in un hotel di Perugia e poi sono stati accolti nei container. Una vita costretta alla collettività forzata che ha congelato la normalità di una famiglia. Senza privacy, con bagni e pasti condivisi con altre decine di persone. “In questa casetta abbiamo ritrovato il senso della famiglia che avevamo perso nei container. Se vogliamo invitare un amico a prendere un caffè possiamo farlo, senza sentirci addosso gli occhi degli altri ospiti del collettivo in cui abbiamo vissuto per un anno e mezzo”, spiega Mara con gli occhi azzurri grandi che sorridono ma nascondono sempre la malinconia per la loro casa, quella acquistata con i sacrifici di una vita, che, a qualche centinaia di metri da lì, resta chiusa con le sue crepe invisibili e le tende strappate alle finestre, in attesa di una ricostruzione che tarda ad arrivare. “Non posso fare a meno di tornarci ogni tanto. Entro e guardo quelle pietre a terra. È distrutta, ma per me resta sempre casa mia, dove ho cresciuto i miei figli”.

Quella di Mara e Vincenzo è la situazione di tanti. La ricostruzione lenta affievolisce la speranza di tornare nella loro casa, se solo partissero i lavori. Questo borgo, isolato tra le verdi montagne umbre, ha bisogno di ritrovare e ricostruire anche il suo spirito. Ed è impossibile farlo senza alcuno spazio dove la comunità possa ritrovarsi. Boccanera promette che lo spazio a breve ci sarà: “È stato pensato dove ci sarà il nuovo polo scolastico”.

La scuola è un altro tema che fa infuriare i cittadini di Norcia. Mentre l’amministrazione parla di un progetto da 23 milioni di euro che vedrà la luce solo tra qualche anno, gli alunni si arrangiano, dietro ai banchi nei prefabbricati, quando va bene, o, peggio, stipati nei container in cui fino a qualche mese fa vivevano le famiglie senza casa. Classi da tre metri per cinque. “Non ci sono stati i soldi, fino ad ora”, continua il vicesindaco Boccanera. È sempre Caterina a sottolineare come in altre città dell’Umbria i fondi siano arrivati e le scuole siano state ristrutturate: “Com’è possibile che addirittura ad Amatrice è stata costruita una scuola nuova e qui no?”. Quella del polo è un’idea che non la convince affatto: “La situazione si è incartata, il progetto è buono ma poco realistico e intanto i ragazzi sono lì, da anni, in un momento delicato come quello dell’adolescenza”.

I problemi della ricostruzione investono anche sulla salute dei cittadini. Per ora i nursini si devono accontentare di un centro di primo soccorso e sperare che non succeda niente di grave, perché l’ospedale più vicino è quello di Spoleto, a 50 chilometri. “I miei genitori hanno sessant’anni. Se dovesse succedere loro qualcosa, è impensabile fare un’ora di macchina per accompagnarli all’ospedale più vicino”, spiega ancora Caterina. Subito dopo il terremoto dell’ottobre 2016, insieme ad altri ragazzi di Norcia, Caterina ha messo su un’associazione, i Montanari testoni, con cui cercare di rimuovere le macerie interiori dei cittadini di Norcia e di spingerli a non arrendersi di fronte a case sbriciolate e vite sospese.

“Abbiamo lavorato sia nella fase emergenziale, fornendo aiuti di prima necessità, che in quella successiva, cercando di coinvolgere i cittadini nel fare cose, parlare, scambiarci idee. La risposta era sempre fredda. Io mi sono proprio ammalata qui e ho pensato che se fossi rimasta sarei morta”. All’inizio la gente era preoccupata per aver perso casa, “ma c’era una speranza molto forte di ripresa velocissima e quindi il sentimento di essere terremotato un po’ li schifava”. Poi le cose sono cambiate. L’entusiasmo è stato eroso dalla spossatezza, dai tempi lunghi e dalla delusione: “Adesso hanno preso coscienza: tutti si sentono terremotati e inizia a crescere la consapevolezza. C’è più voglia di incontrarsi, ma manca uno spazio. E questa è una scelta strategica, secondo me c’è un disegno dietro per impedire che le persone si scambino idee e si confrontino arrivando a soluzioni molto più concrete di quelle proposte dall’amministrazione”, spiega Caterina, decisa oggi a continuare a costruirsi un futuro lontano da qui: “Me lo immagino altrove e spero che anche i miei mi seguano”.

Come lei, in tanti soffrono per l’isolamento e l’abbandono della città e hanno scelto di lasciare il paese. A partire sono soprattutto nuclei familiari con bambini piccoli, che sarebbero stati il futuro di Norcia. I genitori hanno preferito farli crescere lontano da qui, sradicandoli dal proprio territorio ma promettendo loro una vita più dignitosa, senza subire le conseguenze di scelte scellerate. Maria Anna, 40 anni, invece non ci sta e non si arrende. Anzi, ha deciso addirittura di mettere su uno spettacolo teatrale che racconta il sisma di Norcia, ma anche il terremoto delle anime che quelle scosse le hanno sentite sotto la pelle. Si chiama Terrae Motus/Motus Animae ed è il risultato di quasi due anni di lavoro. Oggi Maria Anna lo porta in giro per l’Umbria, nelle piazze come nei villaggi Sae. “È il teatro che va tra la gente, che parla con la gente, che nasce dal territorio e che parla con il territorio”, spiega.

Il tempo fermo di Norcia ha dato modo all’autrice di raccontare il tempo che invece corre dentro, “questa voce che parla, che vorrebbe rinascere è un urlo per dire che noi ci siamo, che vogliamo vivere qui ancora, nonostante ci sia quasi impedito”. Terrae Motus/Motus Animae non racconta solo le macerie, racconta la forza di chi ha scelto di restare per essere attore del territorio, non spettatore. “Ci sentiamo spettatori, oggi, perché non abbiamo notizie dei cambiamenti territoriali, di quello che succede. Il mio spettacolo nel mio piccolo vuole dire anche questo”.

L’urlo più grande è che qua non c’è comunicazione tra i cittadini e chi prende le decisione. “Mancano gli spazi per incontrarci. Sembra che ci sia un disegno per mantenere solo chi ha un lavoro e può restare. Noi stiamo combattendo e con noi anche gli anziani, i più fragili, che sono costretti ad avere una vita molto reclusa. Non ci sono collegamenti, non ci sono marciapiedi, non c’è l’illuminazione, non si puliscono i viali: il fatto di aver disgregato completamente la comunità ha fatto sì che tutti siano sempre più rivolti verso se stessi. Mentre costruiamo le case, ricostruiamo anche i rapporti sociali”.

Se Norcia resiste è perché si aggrappa ancora alla sua tradizione antica: l’arte dei nursini è quella dei salumi. Il sisma ha risparmiato la zona industriale e così la cittadina si consola con un’economia che ha retto all’urto delle scosse: le aziende hanno continuato a lavorare e alcune hanno anche incrementato i loro introiti, grazie all’ondata di solidarietà che ha investito la zona nel post sisma. Forse Norcia tornerà quella che era tra dieci anni. Forse, perché se le case verranno tirate su con fatica e lentezza, non è detto che l’anima della comunità tornerà forte come prima, schiacciata dal peso dei ricordi e della delusione.

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