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La battaglia di Pablo

Una mano si immerge nel fango. È una melma nera, densa, quella che viene raccolta e mostrata ai media di tutto il mondo. Qui la terra si mescola all’acqua… e al petrolio. Quella che sembra solo una palude immersa nell’Amazzonia, è in realtà teatro di uno dei peggiori disastri ambientali del pianeta.

Lago Agrio è un cantone della provincia di Sucumbios, nord dell’Ecuador, al confine con Colombia e Perù: da oltre un quarto di secolo, in questo piccolo fazzoletto di Sudamerica, va avanti una battaglia legale tra la popolazione locale e la Chevron-Texaco, multinazionale statunitense del petrolio. Gli abitanti accusano la compagnia americana di averli avvelenati fin dal 1972, anno in cui ha iniziato a estrarre il petrolio: acqua contaminata e interramenti illegali di materiali di scarto hanno cambiato il volto di questa zona dell’Amazzonia.

A difendere i diritti degli indigeni è Pablo Fajardo: nel 2005 è diventato il principale accusatore della Texaco, che quattro anni prima era stata rilevata dalla Chevron. Fajardo non è nato a Lago Agrio, eppure ha un legame fortissimo con questa terra. La sua famiglia si è trasferita nella regione amazzonica quando lui aveva 14 anni: «L’Amazzonia è stato un luogo di ricerca di speranza. I miei genitori si sono trasferiti dalla costa per inseguire il sogno di una vita migliore. Ma dopo un po’ ti rendi conto che l’Amazzonia non è solo un sogno: è un luogo di lotta dei popoli, di lotta per la vita». Oggi è un rispettato avvocato, ma fin dall’adolescenza Fajardo ha fatto l’operaio e conosce bene le vicende legate alla Texaco, perché ci ha lavorato, prima di passare alla Petroecuador, la compagnia di Stato che nel 1995 ha rilevato tutti i pozzi di petrolio della zona: «Lavorare in queste aziende – racconta – mi ha permesso di vedere il problema da dentro. Ho deciso di diventare avvocato dopo essermi accorto delle difficoltà delle comunità contadine indigene nella zona: avevano un accesso limitato al sistema giudiziario, c’era sempre bisogno di servizi legali ma non c’erano consulenti». Per un periodo Fajardo ha fatto il bracciante, di tanto in tanto aiutava a ricoprire con la terra le fuoriuscite di petrolio dai pozzi. Ma nel frattempo si era dato da fare, collaborava con dei frati cappuccini impegnati in una missione religiosa: lo hanno aiutato a fargli avere una borsa di studio per iscriversi all’università e a laurearsi in Giurisprudenza. Da quel momento sarebbe stato lui a difendere la propria comunità.

Nel 1964, quando la Texaco è arrivata in Ecuador alla ricerca del petrolio, aveva garantito alle popolazioni amazzoniche un ritorno economico e di sviluppo notevole. Una promessa mai rispettata. Anzi, per vent’anni la multinazionale americana ha prodotto tonnellate di materiale di scarto interrate in fosse non isolate a dovere e miliardi di litri di acque reflue che sono state sversate nei fiumi, la principale fonte di vita degli indigeni. Una vera follia, secondo William Lucitante, coordinatore dell’Udapt, l’associazione che difende i diritti delle vittime della Texaco: «Le comunità indigene non hanno acqua potabile e non hanno un sistema per depurarla, quindi utilizzano solo quella piovana e del fiume per la pulizia personale e per l’uso quotidiano. All’inizio il personale dell’impresa rassicurava che la contaminazione del petrolio non era dannosa per l’essere umano, anzi aveva effetti curativi». Poi però le persone del luogo hanno incominciato a morire, senza conoscerne le cause. Ed è così che i primi sospetti sono diventati delle certezze: «Grazie agli ospedali in zona – spiega Lucitante – abbiamo scoperto che ci sono bambini che muoiono intossicati perché fanno il bagno nell’acqua contaminata dagli sversamenti di greggio, che ci sono quando avviene qualche incidente. Io stesso ho perso due cugini in questa maniera».

Secondo i dati raccolti dall’Udapt, nel cantone di Lago Agrio il numero di malati di cancro è quasi il triplo rispetto a quello di altre zone del Paese. È così che nel 1993, trentamila abitanti di questa terra hanno formato una class action e citato in giudizio la Texaco direttamente negli Stati Uniti. Dopo anni di discussione, la corte distrettuale di New York si è però detta non competente e ha rimesso tutto nelle mani della giustizia ecuadoriana. Una decisione che, in un primo momento, è parsa favorevole alla multinazionale texana, che sperava di poter esercitare una maggiore influenza sui giudici ecuadoriani rispetto a quelli statunitensi. Le cose sono però andate diversamente: nel 2011 la giustizia ecuadoriana ha condannato Chevron, che nel frattempo aveva rilevato Texaco per 45 miliardi di dollari, a pagare un risarcimento danni e i costi di bonifica per un totale di quasi 9 miliardi di dollari. Sentenza confermata nei vari gradi di giudizio, arrivati fino alla Corte suprema ecuadoriana, che ha stabilito un indennizzo di 9,5 miliardi di dollari.

La compagnia statunitense ha continuato a battagliare, sostenendo che l’accordo stipulato nel 1995 da Texaco con il governo ecuadoriano, che prevedeva un piano di bonifica per circa duecento delle mille fosse inondate da materiale di scarto inquinante, la sollevasse da qualunque responsabilità. Tanto che ancora, dalle parti di Nueva Loja, capoluogo del cantone di Lago Agrio, il denaro del risarcimento nessuno lo ha visto. Per questa ragione Pablo Fajardo si batte perché la sentenza venga omologata anche in altri Stati dove la Chevron ha interessi e forzarla così a pagare: «Stiamo portando avanti processi di exequatur in Brasile, Argentina e Canada».

Di risultati concreti, però, ce ne sono ancora pochi. Nel frattempo, Chevron non è rimasta a guardare. Al di là del danno economico e di immagine, le class action rappresentano una minaccia per la multinazionale, preoccupata che l’esempio ecuadoriano possa essere seguito da altre realtà. Nel 2009 la compagnia ha avviato un contenzioso con l’Ecuador davanti alla Corte permanente di arbitrato dell’Aja, accusandola di aver violato il trattato commerciale bilaterale siglato con gli Usa negli anni ’90. Dopo 9 anni è arrivata la decisione, totalmente favorevole a Chevron: è stato stabilito che le sentenze dei giudici ecuadoriani sono state influenzate da tentativi di corruzione da parte del team legale che sostiene la causa degli abitanti di Lago Agrio e da documentazione manipolata, e che quindi «non dovrebbero essere riconosciute e applicate da nessuna corte di altri Paesi». Per Pablo Fajardo, però, il verdetto lascia il tempo che trova: «Si tratta di un giudizio arbitrale privato, che ha violato molte norme legali vigenti di carattere internazionale e che sta facendo un favore al sistema. L’Ecuador ha già fatto ricorso presso la corte olandese per annullare la sentenza. Parallelamente a questo, però, il mio Paese sta mostrando la sua complicità nell’esecuzione del lodo arbitrale, portando avanti azioni al limite della costituzionalità, chiedendo ad altri Stati di non omologare le decisioni prese dai nostri tribunali».

L’influenza che le grandi multinazionali possono avere su realtà come l’Ecuador è uno dei punti fondamentali per Lucitante: «I Paesi in via di sviluppo e quelli poveri sono colpiti da un sistema economico globalizzato. Ci sono dei governi che non sono in grado di difendere con autonomia il proprio territorio. È il caso dell’Ecuador, con il potere esecutivo e tutte le sue strutture che si consegnano nelle mani di una multinazionale. Ed è quello che sta accadendo a noi, dopo che abbiamo avviato una battaglia giuridica contro la Chevron e lo Stato la copre». Lo stesso Fajardo non nasconde che una parte della responsabilità, passata e presente, debba ricadere sul proprio Paese: «L’attività estrattiva delle compagnie petrolifere e minerarie prosegue in quasi tutta la regione amazzonica ecuadoriana. C’è qualche cambiamento nel sistema petrolifero, ma l’acqua continua a essere inquinata. Dopo Chevorn, Petroecuador ha continuato a lavorare nei pozzi provocando la tossicità di altri 20 miliardi di litri d’acqua, nei fiumi si trova ancora rame e petrolio con una certa frequenza. C’è una responsabilità dello Stato che tuttora non è capace di controllare adeguatamente l’impatto ambientale».

A essere in pericolo non è solo la regione amazzonica ecuadoriana, che ha già visto cambiare volto dopo l’arrivo delle multinazionali straniere, con tanti popoli indigeni che sono letteralmente scomparsi, decimati da malattie e dalla necessità di emigrare verso i centri urbani. La scorsa estate i roghi hanno devastato la foresta pluviale in Brasile e Bolivia, con milioni di ettari di terreno andati in fumo. Una situazione preoccupante che lascia un velo di pessimismo nell’animo di Pablo Fajardo: «Un minimo di coscienza ambientalista sta crescendo, però credo che più che altro sia la percezione che siamo minacciati come popolazione umana ciò che sta obbligando la gente ad agire. Spero che non sia troppo tardi perché ancora molte persone non vogliono ammettere che c’è un problema ambientale globale».

Le proteste che nelle scorse settimane hanno scosso il Paese equatoriale sono partite proprio da un’ipocrisia sul tema dell’ambientalismo. Il governo centrale voleva favorire la mobilità alternativa eliminando i sussidi sul carburante, risorsa fondamentale per le popolazioni indigene che vivono negli angoli più remoti dell’Amazzonia. Per Fajardo un errore imperdonabile, che avrebbe fatto pesare gli errori di tutti sulla parte più povera della popolazione: «Questa scelta del governo è avvenuta per una questione di ignoranza, niente di più. Uno potrebbe dire “Ah perfetto, tagliamo i sussidi sui combustibili così obblighiamo la gente a prendere la metro”. Però se uno vive lungo un fiume, ci sono metro nel fiume? Ci sono servizi pubblici? Nel nostro caso non è una questione di sussidio, ma di necessità di sopravvivenza. È chiaro che raddoppiando il prezzo del carburante equivale a dire a queste persone di non uscire mai dal proprio paese, non hanno modo di recarsi in città. Ma queste sono cose che il mondo ignora».

Comunque andrà a finire la battaglia giudiziaria tra il popolo del cantone di Lago Agrio e la Chevron, Fajardo e tutta l’Udapt restano determinati ad andare avanti per veder riconosciuto il diritto alla tutela dell’ambiente di migliaia di persone che popolano questa impervia zona dell’Ecuador: «Il nostro obiettivo – spiega con orgoglio William Lucitante –  è quello di rendere responsabili le imprese delle loro azioni: non può esserci solo il saccheggio delle risorse, ci vuole anche il rispetto dei diritti umani, perché chi causa danni alle popolazioni deve trovare il modo di ripararli. Questa è la nostra battaglia contro le multinazionali. Siamo ancora vivi e crediamo che sia una lotta transgenerazionale: il processo è partito con mio nonno e mio padre, adesso ci sono io; quando non ci sarò più lo faranno i nostri figli, le future generazioni. Per creare una reale coscienza umana ed essere solidali nei processi di difesa della vita».

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