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Quando a vincere è il Numero Zero

Il sorriso titubante, appena accennato. Gli occhi verdi guardano in basso. Lorenzo, 24 anni, accoglie i primi clienti dietro al bancone. Con voce calda propone un caffè e si mette all’opera con meticolosità. Di tanto in tanto volge lo sguardo verso Vittoria, in cerca di approvazione.

Vittoria Ferdinandi, specializzanda in psicologia clinica, è la responsabile del progetto “Numero Zero”, il ristorante aperto a Perugia lo scorso novembre, dove la metà del personale è formata da persone seguite dai servizi di salute mentale: «In una società in cui tutti fanno a spallate per essere i numeri uno, noi abbiamo voluto improntare tutto un luogo che fosse una filosofia dell’errore: quindi non essere un numero uno, ma un numero zero e nell’essere il numero zero dare comunque il meglio di sé».

Sembra proprio che funzioni a guardare questi ragazzi sgattaiolare tra i tavoli della sala, avanti e indietro dalla cucina. Ognuno con il suo modo di relazionarsi al cliente. Daniel, 29 anni, è di sicuro il più chiacchierone: «Mi piace stare al centro dell’attenzione, accompagnare le persone ai tavoli, servirle. Quest’attività mi mette proprio allegria». La responsabile conferma: «Lui è il nostro PR, va in giro per la città e invita tutti a venire a mangiare qui, ma non è il solo: in molti vorrebbero venire a lavorare anche quando non sono di turno».

Sono dodici i ragazzi affetti da problemi mentali di diversa entità che si alternano tra cucina, sala e bancone. Una cifra destinata a crescere se gli affari andassero bene: «Siamo un’associazione ma abbiamo deciso di aprire il ristorante come esercizio commerciale – spiega Vittoria Ferdinandi – Perché per fare impresa sociale c’è bisogno di far passare il messaggio che si può fare senza un occhio di riguardo a chi è più debole, a pari condizioni degli altri».

Lavorare nella ristorazione è fonte di stress, che persone con equilibri delicati potrebbero non riuscire sempre a sostenere. Per questo, insieme ai ragazzi e ai cuochi, indossano il grembiule anche operatori e psicologi dell’associazione RealMente, che ha ideato il progetto in collaborazione con La città del Sole – Onlus.

«Io in poco tempo ho imparato a portare tre piatti alla volta: uno due e tre – mima Daniel – Ma se porto il brodo non mi azzardo!». Anche Lorenzo pian piano si apre, e racconta le sue difficoltà: «Con i primi clienti avevo paura, poi ho iniziato a fare i caffè, a lucidare le posate, ad apparecchiare la tavola e poco a poco le insicurezze stanno passando».

Il rapporto con la clientela e l’interazione con i colleghi rappresentano un grande ostacolo per i ragazzi, e al tempo stesso sono le esperienze che più li arricchiscono.«Questo è un lavoro, non un divertimento. Loro si prendono dei grandi cazziatoni quando non fanno le cose per bene – precisa la responsabile – Ma è anche un esperimento di inclusione che a loro dà molto: alcuni ragazzi con gravi problemi non riuscivano neanche a sostenere lo sguardo dell’altro, qui hanno imparato a condividere gli spazi e ora anche al di fuori del ristorante riescono a stare in compagnia».
“Numero zero” non è l’unico esempio di attività con dipendenti affetti da problemi mentali o fisici. A Roma la “Locanda dei Girasoli” è uno dei più noti locali gestito da ragazzi con la sindrome di Down. A Milano, la cooperativa Via Libera e l’associazione Onlus L’impronta hanno dato via al ristorante “Gustop”, finalizzato all’inserimento di persone con disabilità intellettiva. A Bologna, a servire ai tavolini del bar “Senza Nome” sono ragazzi sordi.

Ancora nella capitale, a due passi da Piazza del popolo, lo staff dell’ “Albergo etico” è composto anche da disabili. Ce ne sono molti altri ancora, la maggior parte frutto di idee e sacrifici di privati e di operatori del terzo settore che hanno accolto e ascoltato la volontà di mettersi in gioco di tanti ragazzi disabili. Partite giocate nel terreno impoverito delle risorse e degli organici insufficienti, soprattutto nell’ambito della salute mentale. Secondo la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, più di 800mila persone nel nostro Paese sono seguite dai servizi di salute mentale, ma sono molte di più quelle che ne avrebbero bisogno e che restano in casa, chiuse con le loro patologie.

Progetti come “Numero Zero”, offrono inclusione e autonomia a ragazzi che altrove troverebbero difficilmente da lavorare e che sono vincenti proprio perché a vincere non è mai il numero uno.

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