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Contro la cravatta

Le dimissioni di Luigi Di Maio e la cravatta sfilata davanti a tutti è probabilmente la notizia più nota della settimana. Meno nota è la fine che ha fatto quel pezzo di stoffa, che oggi troneggia sopra l’altare di una delle stanze del potere, annodato a una sorta di busto trasparente, accanto a una bottiglia di spumante con su scritto “Bye bye vitalizi”. La cravatta sopravvissuta al politico.

È curioso come questo bizzarro indumento sia finito per diventare un siffatto simbolo del potere, tanto di chi lo esercita quanto di chi lo subisce e ogni mattina ripete il macabro rituale di offrire il proprio collo al cappio.

Qualcuno sostiene che il primo antenato della cravatta sia stata una sciarpetta indossata dai legionari romani, per mangiare meno polvere possibile durante le estenuanti marce. Il suo nome però risale alla Guerra dei trent’anni (1618-1648), quando i francesi videro per la prima volta dei tradizionali foulard annodati al collo dei militari croati. Cravatta significa appunto croata.

Chi la consegnò al successo fu un altro Luigi, XIV, il Grande, il Re Sole. Pare che prese a indossarla già nel 1646, all’età di sette anni. E da quel giorno non ce ne siamo più liberati.

Oggi questo ornamento, che non ha alcuna utilità pratica se non quella di favorire strangolamenti a ogni impiglio, è diventato persino un obbligo in certi palazzi e per certe istituzioni. Se alla Camera basta la giacca, in Senato senza cravatta non si entra. E lo stesso obbligo è esteso a tanti dipendenti pubblici e privati.

Nel 2007 una torrida estate iniziò a far stramazzare molti impiegati, soffocati dal malefico nodo. Una strage che portò l’allora ministra della Salute Livia Turco a emanare una circolare che liberasse i poveri colli gonfi e violacei per tornare a farli respirare. Ma lo strapotere della cravatta non ne venne intaccato.

Un oggetto di culto, sinonimo impensato di eleganza, in effetti simbolo di un potere fallico e penzolante che ci uccide lentamente e che certamente ci sopravviverà.

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