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Ingorghi artistici

Giovedì 6 febbraio Google Maps ha compiuto 15 anni. Prima del suo avvento, esisteva un’epoca in cui le persone, quando dovevano muoversi, si munivano di carte geografiche, atlanti stradali e istinto. Chi non era dotato di gran senso dell’orientamento aveva vita grama, ed era costretto a interrogare passanti o a sforzare gli occhi per leggere il nome di una via, una piazza, un incrocio. Le mappe online ci hanno indiscutibilmente semplificato la vita. Ci segnalano perfino quando una strada è trafficata. E questo grazie ai dati che milioni di diligenti utenti accettano ogni giorno di condividere, più o meno consapevolmente.

Ora si sa, la tecnologia mica è infallibile. Per dimostrarlo, Simon Weckert, un artista di Berlino, ha realizzato un filmato intitolato Google Maps Hacks: utilizzando 99 smartphone di seconda mano e un piccolo trolley, è riuscito a simulare una situazione di traffico intenso per le strade della capitale tedesca, che in realtà erano praticamente deserte. Curiosamente, una delle inesistenti code generate dall’artista passava proprio a ridosso della sede berlinese di Google.

Sembra che Google l’abbia presa con filosofia: un portavoce ha spiegato che l’azienda apprezza “gli utilizzi creativi di Google Maps, poiché ci aiutano a migliorare il funzionamento delle nostre mappe nel tempo”.

Meno sportivamente deve aver preso la notizia di essere nuovamente nel mirino delle autorità di controllo. Questa volta è la Data Protection Commission irlandese ad aver avviato un’indagine per valutare se la sua attività di raccolta e uso dei dati personali violi le norme previste dal Gdpr, il Regolamento europeo della Privacy. In particolare, la commissione ha puntato il faro sul trattamento e la condivisione dei dati relativi alla geolocalizzazione, usati dalla compagnia nella profilazione dei suoi utenti anche per fini commerciali.

Questo, con buona pace del nostro privato. O forse, ormai il termine privato va inteso solo come participio passato. Privati allora non sono più i nostri dati, ma tutti noi, privati dei nostri più elementari diritti. Non resta allora che munirsi di 99 smartphone, di un trolley, di una cartina geografica e di istinto. Pronti a regalare a Google il nostro traffico di dati.

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