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Campi di sole

Pian di Vico è un’enorme macchia gialla e verde che costeggia la periferia di Tuscania, nel viterbese. Un paesaggio agricolo spettacolare e incontaminato, che presto però, potrebbe mutare radicalmente. A febbraio 2019 la Regione Lazio, guidata dal grande sostenitore del “Green new deal” Nicola Zingaretti, ha autorizzato la costruzione di un nuovo impianto fotovoltaico in questa zona: 250 ettari in tutto, che ne farebbero uno dei più grandi del mondo. 

Non solo. Quello di Pian di Vico sarebbe solamente il più esteso di un gruppo di altri parchi per l’energia rinnovabile in corso di approvazione nella sola provincia di Viterbo, per un totale di quasi 2.300 ettari. Per intenderci, più o meno 3.300 campi da calcio.

Non c’è da stupirsi, allora, che associazioni e istituzioni locali abbiano affilato le armi contro la giunta Zingaretti: il Comune di Viterbo, attraverso un odg approvato pochi giorni fa all’unanimità, si è schierato contro il consumo di suolo e l’installazione di centrali eoliche e fotovoltaiche in terreni agricoli, e ha annunciato che ricorrerà al Tar. Coldiretti, per voce del presidente della sezione Viterbese Mauro Pacifici, ha espresso “preoccupazione per la direzione che sta prendendo” il progetto della Regione. Persino Greenpeace, da sempre a favore dell’energia rinnovabile, ha aperto una nuova sede a Tuscania per seguire da vicino la vicenda.   

Alcuni numeri

Stando all’ultimo rapporto pubblicato dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il consumo di suolo in Italia procede a ritmi spaventosi. Nel 2018 sono stati consumati in media 14 ettari di terreno in più, circa 2 metri quadrati al secondo. I picchi più alti si registrano a Roma, dove sono andati perduti 75 ettari, mentre l’unica grande città a invertire la rotta è stata Torino, dove lo scorso anno sono stati riconquistati 7 ettari di verde.  

Parte di queste statistiche vanno ricondotte proprio alla cattiva gestione della filiera del fotovoltaico e delle rinnovabili in generale. Nessuno, ovviamente, è contrario di principio alla riconversione green delle nostre risorse energetiche. Ma è chiaro che senza un’attenta progettazione, anche una pratica sacrosanta come l’installazione di nuovi pannelli solari possa diventare una malattia, invece che una medicina. 

L’esempio tedesco 

Eppure, le soluzioni per fare di necessità virtù ci sarebbero eccome. La prima, la più semplice, sarebbe quella di incentivare l’installazione dei pannelli solari su edifici già esistenti, come sui tetti delle case e dei capannoni agricoli e industriali. La seconda, più complessa ma forse anche più redditizia, ci viene invece fornita dall’esempio tedesco. Da Heggelbach per l’esattezza, dove dal 2016 è in funzione un impianto “Agrofotovoltaico” sperimentale

La centrale, situata nel bel mezzo di un terreno agricolo, è composta da una distesa di pannelli solari posizionati su piloni alti 5 metri. Sotto e attorno a questi ultimi, vengono coltivati frumento, trifoglio, patate e sedano rapa. I cui raccolti, nell’ultimo triennio, sono stati addirittura più abbondanti dei precedenti, grazie alla protezione dal caldo e dalla siccità offerta dai pannelli semitrasparenti. Insomma: investire sull’agrofotovoltaico non solo permetterebbe di evitare il consumo di suolo agricolo, ma ne aumenterebbe addirittura la produttività. Nel frattempo, nonostante gli annunci e i proclami di un fantomatico Green new deal, il governo per ora nicchia su questi temi. L’agrofovoltaico, in Italia, è ancora una chimera. Mentre la legge sul contrasto al consumo di suolo, cavallo di battaglia dei 5 stelle che doveva essere approvato a novembre scorso, è bloccata da mesi nelle commissioni congiunte agricoltura e ambiente del Senato. Senza che si intraveda la possibilità di riavviare l’iter di una legge quanto mai necessaria.

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