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#IoRestoFuoriCasa, l’emergenza sanitaria dei migranti

“Siamo preoccupati, abbiamo lasciato il nostro paese per venire a vivere qui e non ci aspettavamo di ritrovarci in queste condizioni, completamente abbandonati. Se alcuni tra noi ragionano, altri sono in confusione e non riescono a realizzare che cosa sta accadendo. Neanche gli animali possono vivere così. Noi siamo umani. Le mascherine qui non bastano: sono venuti solo una volta e ne hanno portato pochissime”. Biko è arrivato dal Camerun a Roma cinque anni fa. Da allora vive fuori dalla stazione Tiburtina. “Non capiamo perché meritiamo di stare in queste condizioni. Abbiamo capito quello che stava succedendo quando sono iniziati a venire i giornalisti per vedere come vivevamo”, continua, mentre si guarda alle spalle e indica i suoi compagni di strada. Le coperte colorano tutto il marciapiede, si ammassano, sistemate una accanto all’altra con precisione, a pochi centimetri l’una dall’altra. La regola della distanza di sicurezza per evitare il contagio da Covid-19 qui è sospesa. “Se vivi in questa condizione, non puoi aver paura. Forse noi dobbiamo vivere così, forse noi dobbiamo accettare di dover vivere così”, continua Biko con la voce spenta e delusa. Gli occhi grandi e neri fissano il vuoto mentre ripete come un mantra la sua preoccupazione. A fargli eco è Ahmed, che senza giri di parole ammette: “Stavo meglio nel mio paese. Siamo in cinque persone in un metro. Non è giusto che il governo chiuda gli occhi e non ci veda, non sta facendo niente per gli stranieri. Viviamo attaccati l’uno all’altro, come ci salviamo? Se si ammalasse anche uno solo, moriremmo tutti. Dovremmo avere gli stessi diritti di tutti”. “Se mangi devi avere almeno un posto dove lavarti le mani. Qui non possiamo nemmeno fare quello: impieghiamo un’ora per arrivare alla prima fontana. Tu hai una casa, ti svegli e ti lavi i denti, metti la mascherina e quando torni a casa tua la togli e sei protetto: mentre a noi ci pensa Dio. Quale regole ci sono qui? Nessuna e nessuno viene a controllare”, spiega, somalo dall’italiano perfetto.

Mentre Ahmed parla veloce, dietro di lui si muovono svelti i volontari di Baobab Experience, l’associazione romana che da anni si spende per aiutare i transitanti: migranti che qui, in Italia, sono solo di passaggio. Roma è solo una tappa del loro viaggio, che li porta fuori dai confini nostrani, verso Germania, Olanda, Francia. Le conseguenze della pandemia di Covid-19 pesano anche sulle loro vite: i confini sono chiusi e uscire dall’Italia è diventato impossibile. Ora quelle cento persone non sono più transitanti, ma stanziali. La prassi consolidata del supporto in strada delle associazioni di volontariato si fa più complessa ai tempi del virus, e la routine solidale diventa oggi un meccanismo macchinoso e rischioso, per tutti.

Foto gentilmente concessa dall’Associazione Naga

“Se prima dispensavamo colazioni, pranzi e cene nel fine settimana, e coperte ogni sera, ora le cose sono cambiate”. A spiegarlo è Andrea Costa, di Baobab Experience. Le disposizioni del decreto “Resto a casa” hanno stravolto le vite di quasi tutti, comprese quelle dei volontari e dei migranti che vivono in strada. Per loro però la legge non vale e di certo non perché non vogliano rispettarla. Ma perché, banalmente, una casa dove restare non ce l’hanno. Molti si sono ritrovati con addosso lo status di irregolari anche per via del decreto sicurezza fortemente voluto dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Con quel provvedimento è stata abrogata la protezione umanitaria, e così tanti sono finiti per strada, senza più tutele giuridiche. Chi li aiuta si sente ancora più solo di fronte a un’emergenza che fagocita l’esistenza di tutti, ma non i ritmi di chi vive in strada. E così le associazioni, Baobab Experience compresa, hanno dovuto rimodellare la loro attività sulle disposizioni governative. “Per noi l’organizzazione è diventata più complessa ed economicamente più dispendiosa”, continua Costa. “Se prima te la cavavi con le pentolate di pasta e mettendo in fila le persone, ora non è più possibile, perché non è che in fila si mantiene la distanza giusta”. L’associazione romana ha pensato a dei sacchetti monouso da distribuire a ogni ospite che vive all’uscita est della stazione. Una soluzione, questa, che rende più difficile la vita dei volontari: “Questo è più complicato economicamente e dal punto di vista organizzativo. Per fortuna non si ferma la solidarietà dei romani e da tutta Italia e Europa”. Non si ferma la solidarietà che, al tempo del coronavirus, passa anche per quelle mascherine ormai introvabili. Le mascherine, spiega ancora Costa, arrivano dentro i sacchetti della spesa che i donatori lasciano a Baobab, oltre che tramite le due associazioni mediche che continuano a stare al servizio di chi vive in strada, InterSos e Medu. Sono loro a fare gli screening alle persone per capire se qualcuno è affetto da Covid-19. Il rischio che qualcuno venga contagiato è altissimo. “È quasi una presa in giro dire a chi dorme per strada di lavarsi le mani”, spiega Costa. Evitare gli assembramenti è pressoché impossibile, soprattutto nei luoghi in cui migranti e senzatetto si ritrovano per trascorrere la notte. La trattativa con le istituzioni per trovare un luogo riparato è in corso, ma il tempo scorre e la situazione è pronta a degenerare da un momento all’altro.

Mentre il Comune di Roma ha attivato un servizio per denunciare assembramenti, Baobab Experience ha lanciato una provocazione: “Ci siamo autodenunciati. Abbiamo detto ‘attenzione, qui c’è un assembramento’, nella speranza che il Comune in qualche modo intervenga per trovare una soluzione a queste persone. Per ora, nulla si è mosso. Questo mette in pericolo la salute dei migranti, ovviamente, ma lo devo dire – non per fare eroismi – mette in pericolo anche la salute dei volontari”. E della comunità tutta, come tengono a precisare anche i volontari di Medu.

Alberto Barbieri di Medu – Medici per i Diritti Umani racconta che il numero di volontari che ogni sera esce in strada è diminuito: “Abbiamo dovuto rimodulare gli interventi, di solito la clinica mobile esce con 7-8 volontari, mentre ora ne escono solo due o tre, che fanno interventi sui territori con tutti i dispositivi di protezione individuale necessari, quindi indossando la maschera ffp2 e un camice monouso”. Medu – attiva in diverse zone d’Italia, da Roma a Firenze, passando per la Piana di Gioia Tauro – ha riconvertito le cliniche mobili per far fronte all’emergenza Covid-19. “Seguiamo 3-4mila persone, per lo più senzatetto e stranieri che non hanno un medico di base”. I volontari lavorano su due fronti: da una parte un numero telefonico da chiamare in caso compaiano sintomi. Ma, soprattutto, effettuano gli screening in strada, sui territori. “La ratio è quella del contenimento dell’epidemia”, spiega Barbieri. “La cosa fondamentale è il contenimento e la sorveglianza attiva a monte sul territorio: noi lo facciamo su questi gruppi particolarmente fragili e vulnerabili, per evitare che quella che è una piena di contagio a monte diventi una alluvione a valle e travolga le capacità di risposta degli ospedali e delle terapie intensive”. L’intervento sul territorio è fondamentale, e i medici di Medu lo fanno attraverso la misurazione della temperatura corporea e, soprattutto, distribuendo il materiale necessario a difendersi dal virus: i vademecum in varie lingue e la distribuzione di mascherine e igienizzante per le mani. L’isolamento sociale per chi vive in strada è impossibile, denuncia Barbieri. C’è un problema molto rilevante che si presenta nel momento in cui viene identificato un paziente positivo al Covid-19 in strada, che però non presenta sintomi tali da giustificare un ricovero in ospedale: “Quella persona va messa in isolamento, in quarantena, come anche le persone che sono più a stretto contatto con quella”. Ma dove, se quelle persone non hanno un tetto sotto cui dormire? “Sui territori c’è un forte ritardo nell’approntare spazi adeguati per chi non ha una casa. Noi abbiamo fatto degli appelli, qualcosa si sta muovendo, ma il ritardo resta importante”.

Il ritardo è per tutti gli stranieri che vivono ammassati sul ciglio della strada ma anche per coloro che, invece, una struttura in cui dormire ce l’hanno: i Cas e i Cpr (Centri di accoglienza straordinaria i primi e centri di permanenza per il rimpatrio i secondi). I migranti nei cpr hanno scoperto del coronavirus solo in un secondo momento ma, soprattutto, nessuno di loro è stato messo nelle condizioni di potersi proteggere dal Covid-19. Le mascherine non esistono, tanto meno il gel igienizzante. Solo il freddo passa attraverso porte e finestre rotte. E cominciano a essere registrati i primi casi di contagio: a fine marzo il virus è entrato nel centro d’accoglienza per migranti di via Aquila, a Milano, creando un piccolo focolaio. In nove sono stati contagiati: quattro sono stati posti in regime di sorveglianza sanitaria, mentre altri quattro sono stati spostati in un’altra struttura per la quarantena. Tra gli infettati, anche il direttore della struttura, gestita dalla francese Gepsa. Solo due settimane prima, un altro caso, in una struttura di via Fantoli, sempre nel capoluogo lombardo. In quell’occasione una persona, dopo essere risultata positiva al Covid-19, è stata trasferita nell’ospedale militare di Baggio.

Anche nel cpr di Gradisca di Isonzo, in provincia di Gorizia, è stato denunciato un caso di Covid-19. Come ci spiega Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare si tratta di uno straniero che prima di essere portato qui è stato detenuto in un carcere lombardo. “La prima cosa da fare in tempo di pandemia è controllare, fare il tampone e vedere se il soggetto è positivo o meno, altrimenti l’ingresso non si fa. E questo a Gradisca non è avvenuto”.

La norma vuole che chi entra in un cpr debba avere con sé una certificazione rilasciata da un medico della Asl che ne attesti la possibilità di trattenimento. “La domanda è sempre la stessa: come è possibile che una persona che entra in un cpr abbia ricevuto dalla asl competente un certificato in cui si attesta che questa persona può stare in un cpr se poi risulta positivo? Non hanno fatto alcun controllo”, dice ferma Yasmine.

Intanto a Gradisca gli ospiti del cpr non ci stanno a essere ignorati dalle istituzioni e hanno messo in atto una protesta, perché, nonostante il caso accertato – e un secondo possibile – il cpr resta aperto e le persone sono esposte più che mai al contagio. Quello che succede a Gradisca succede in qualsiasi altro cpr del Paese: ad accomunare tutti i centri per il rimpatrio sono le condizioni pessime in cui gli “ospiti” vivono. Così le proteste si accendono anche nel cpr di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, dove da giorni è in corso uno sciopero. Fa freddo e gli stranieri presenti non possono avvalersi né del riscaldamento né di coperte adeguate. In più, spiega ancora LasciateCIEntrare, nessuno dei presenti ha fatto il tampone come pure le persone che vi entrano, “che è una cosa piuttosto grave considerando l’alto numero di asintomatici”. A Palazzo San Gervasio c’è un uomo che ha 40 di febbre, che ha un altro tipo di patologia non legata al nuovo coronavirus, ed è costretto a vivere in isolamento, al freddo, in condizioni inumane. A Gradisca, come a Palazzo San Gervasio, i migranti non si sentono sicuri per la loro salute.

Per loro non valgono le misure disposte dal governo. L’unica che possono in linea teorica seguire è quella dell’autoisolamento, ma non è certo un isolamento tutelato, spiega ancora Yasmine. Nei centri per il rimpatrio non sono state messe in atto le procedure necessarie in caso di emergenze pandemiche: “Il cpr è una discarica sociale. Non c’è alcun controllo e nessuna tutela. Gli abusi sono all’ordine del giorno: dalla mancanza di assistenza medica, a quella del diritto di difesa, al diritto di chiamare le persone avendo il proprio telefono con sé, al diritto di mangiare adeguatamente, al diritto di essere informati.. Sono limbi di attesa, carceri di tipo etnico. Immotivati”. Per questo LasciateCIEentrare ne chiede la chiusura, proprio come è successo in altri Paesi.

L’appello per la sanatoria dei migtanti irregolari ai tempi del Covid-19 lanciato da LasciateCIE entrare

Proprio in questi giorni, il governo portoghese ha deciso di concedere il permesso di soggiorno a tutti i migranti che ne hanno già fatto richiesta, almeno fino al primo luglio, per garantire loro di affrontare al meglio l’emergenza. In questo modo potranno cercare un impiego e accedere a tutti i servizi pubblici come la sanità, l’affitto di una casa, il conto in banca. Per ottenere il permesso basta dimostrare di aver già effettuato una richiesta. “Le persone non dovrebbero essere private del diritto alla sanità e ai servizi pubblici solo perché la loro domanda non è stata ancora elaborata”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Interni, Claudia Veloso. “In questa emergenza, i diritti dei migranti devono essere garantiti”, ha aggiunto.

Non è solo LasciateCIEentrare a chiedere che i cpr vengano chiusi, ora più che mai. Naga è una storica associazione di Milano che garantisce assistenza sanitaria, legale e sociale gratuita a cittadini stranieri irregolari e non, a rom, sinti, richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura. Anche se in questo periodo l’attività sul territorio è limitata, resta costante l’impegno politico con la richiesta ferma della chiusura di cas e cpr. La presidente Sabina Alasia ne è convinta da sempre, ma ora denuncia quelle strutture disumane perché oggi si sono tramutati in luoghi che aiutano il contagio.

Da Roma a Milano, dalla Basilicata all’Emilia Romagna: la situazione dentro i centri di detenzione amministrativa come i cpr è critica ovunque. A Bologna la denuncia arriva dal Coordinamento migranti. Lorenzo Delfino riporta la voce di chi è dentro il Cpr del capoluogo dell’Emilia Romagna. “Nel Cas Mattei ci sono ospiti che parlano di una situazione ai limiti: non sono rispettate le distanze, non ci sono le necessarie precauzioni sanitarie, molti migranti hanno paura. Si rischia di creare un lazzaretto”. Il Viminale, il primo aprile, ha diffuso una circolare per ribadire la “necessità di assicurare che nell’ambito dei centri vengano adottate le necessarie misure di carattere igienico-sanitario e di prevenzione, nonché evitate forme di particolare concentrazione di ospiti”. Per evitare di lasciare per strade altre centinaia di persone senza tetto, il ministero dell’Interno ha disposto che anche i migranti che hanno perso il diritto all’accoglienza restino nelle strutture, mentre per tutti quelli che sono già dentro il sistema di accoglienza – circa 85mila – è stato disposto che rimangano nei centri e che non escano rispettando rigorosamente le indicazioni per frenare il contagio. Ma la situazione resta la stessa. A testimoniarlo sono le immagini diffuse dai migranti che vivono nella struttura: gli ospiti continuano a dormire ammassati in container di pochi metri quadri usati come dormitori, la qualità del cibo è pessima e i sanitari lerci rimandano a una condizione igienico sanitaria al limite. Inoltre, molti dei migranti del Cas continuano a uscire per andare a lavorare, tornano nella struttura e non vengono sottoposti ad alcun tipo di controllo.

“C’era un caso sospetto che è stato confinato in un container a parte, ma non sono poi state più date informazioni”, continua Delfino. Di quel caso in quarantena ormai da due settimane non si hanno notizie. Quello che succede dentro il cpr bolognese non lo sa nessuno, come denuncia anche Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione che ha steso un documento in cui mette nero su bianco l’incredibile disparità di trattamento degli stranieri presenti sul territorio italiano in questo periodo di emergenza sanitaria.

Foto gentilmente concessa dall’Associazione Naga

Come spiega Nazzarena Zorzella di Asgi, nei cas, nei cpr e negli insediamenti informali in campagna, è “tecnicamente impossibile garantire le misure personali e di contenimento del virus che vengono giustamente imposte a tutti noi”. Proprio a partire da questa constatazione, l’associazione ha lanciato un appello chiedendo alle istituzioni di affrontare una volta per tutte una riorganizzazione del sistema di accoglienza. Quello che chiede Asgi è il ripristino del sistema di accoglienza diffusa smantellato con il Decreto Sicurezza del 2018. Accogliendo le persone in piccole strutture e appartamenti, si permette loro di poter rispettare le regole imposte dal decreto “Resto a casa”. “Parliamo di 70-80mila persone nel sistema di accoglienza al momento. Con l’accoglienza diffusa si permetterebbe loro di rispettare le misure personali di contenimento del coronavirus, questo a beneficio della loro salute, ma anche della collettività”.

Negli insediamenti informali nelle campagne – nel sud ma non solo – “ci sono delle situazioni allucinanti”, racconta Zorzella. Il problema lì non è solo la distanza di sicurezza – le persone vivono ammassate in casolari abbandonati e tendopoli precarie – che non può essere rispettata. Negli accampamenti non c’è acqua corrente, le condizioni igieniche sono pressoché inesistenti e questo non fa altro che creare il terreno ideale perché il virus si propaghi, nell’indifferenza totale. “Sono delle bombe biologiche: si dimentica che una buona parte della popolazione si trova in una situazione paradossale, ma gravissima, in cui si impedisce di rispettare quella che è la finalità del provvedimento del governo per contenere il contagio”, spiega ancora Asgi. “È oggettivamente impossibile che in comunità così dense di persone non ci siano le problematiche e le criticità che ci sono su tutto il territorio nazionale. O pensiamo che le persone straniere abbiano un’immunizzazione da coronavirus rispetto a quello che non abbiamo noi (fake news che peraltro è girata in questi giorni, ndr.) oppure un’altra spiegazione ci deve essere. E questa mancanza di informazione io la trovo molto grave”.

Nell’appello dell’Asgi si affronta anche il nodo cruciale della validità dei permessi di soggiorno. Gli uffici immigrazione delle questure al momento sono chiusi. Gli stranieri non possono chiedere il rilascio o il rinnovo dei documenti necessari per restare in Italia, quindi è prevista una estensione della validità dei permessi che scadono in questo periodo fino al 15 giugno. Ma questo non basta, secondo Asgi. “Chiediamo una proroga fino al 31 dicembre 2020. Anche se tutto questo dovesse finire nel giro di un mese, la ripresa sarà complicata e lunga. Immaginiamo migliaia di persone che si presentano all’ufficio immigrazione per chiedere i permessi, diventerebbe una situazione ingestibile, perciò chiediamo la proroga e che non venga considerato il periodo emergenziale, quello dal 31 gennaio al 31 di luglio, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro o non ha potuto instaurare un rapporto lavorativo in questo periodo emergenziale”, continua Zorzella. Ma non solo. Asgi chiede con forza anche la sospensione dei procedimenti e le cause di espulsione. Anche perché, con i confini chiusi, quei procedimenti risultano inattuabili. “Paradossalmente non sono stati sospesi i procedimenti per le espulsioni e gli allontanamenti dei cittadini comunitari, né conseguentemente le cause che riguardano le espulsioni. Ma non sono tecnicamente eseguibili, perché i confini sono chiusi, quindi l’espulsione risulta impossibile, sia spontaneamente che da parte della pubblica amministrazione. È una minaccia che rimane in capo alla persona straniera”.

Ma in ballo c’è anche una questione più grande. Quella della regolarizzazione degli stranieri sul territorio nazionale. L’Asgi chiede con forza che non si perda l’occasione per rendere regolare la quantità di persone straniere prive di permesso di soggiorno. “Potrebbe essere l’occasione per ripensare a tutto quello che è successo negli ultimi due anni, dando un permesso di soggiorno a chi dimostra di essere stato in Italia al 31.12.2019 o a chi dimostra di avere un lavoro”.

A fare la differenza tra chi deve stare in casa e chi no è la nazionalità. Ancora una volta essere stranieri, in Italia, significa essere cittadini di serie B. Mentre al Paese si chiede lo sforzo enorme di uscire solo se strettamente necessario per limitare il rischio contagio, c’è un mondo che continua a stare fuori. Senza scelta. I Cas, i Cpr, gli hotspot, gli insediamenti informali in campagna e quelli in strada sono una bomba sanitaria e biologica ignorata dalle istituzioni, ma pronta a esplodere e a far saltare, così, il “sacrificio” del resto del Paese. La perpetrata noncuranza della politica nei confronti degli stranieri in questo frangente storico di emergenza diventa un paradosso che grava sulla incolumità degli stranieri stessi, dei volontari che li assistono e sul resto della comunità. Negli spot mandati a ripetizione sulle tv nazionali si ignora una fascia di popolazione tanto fragile quanto indifesa: insieme agli anziani e ai bambini, sono gli stranieri e i senzatetto in strada, chiusi nei ghetti o nei luoghi di detenzione amministrativa, a rappresentare la fragilità di questo paese da difendere dal nemico invisibile. Gli stranieri devono essere presi in considerazione da sanità e politica, come tutti gli altri. E se gli xenofobi di turno avessero qualcosa da ridire al riguardo, non si tratta di “buonismo”, ma di salute pubblica. Di tutti.

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