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Il Papa va a trans

Tanto per cominciare, buon primo maggio dall’Ammazzacaffè. Buon carnevale dei lavoratori, la festa in cui si canta e si suona che ci importa dei diritti. E se prima si festeggiava in piazza senza protesta, adesso ci toccherà farlo pure senza piazza. Meglio così, scendere a celebrare il primo maggio era diventato un lavoro.

Il primo maggio 1867 in Illinois entrava in vigore la prima legge sulle otto ore lavorative. A un milione 341mila 192 ore da quel giorno è ancora un lusso di pochi, mentre oggi sotto il vessillo del tanto celebrato smart working, lasciamo che il lavoro ci perseguiti fino in casa, fin dentro al cesso, a suon di notifiche che ci fanno sussultare e diventano tic come quelli di Charlie Chaplin in tempi moderni. Ci abbiamo pensato noi a rimodernarli ancora.

Però restano quei lavori antichi, i più antichi del mondo, quelli di cui – almeno di giorno – non frega un cazzo a nessuno. Tranne che al coronavirus, che si è abbattuto anche sul loro mestiere. Ma quale bonus per liberi professionisti hanno preso le prostitute, che pure hanno sempre offerto i loro onorevoli servigi ai nostri migliori onorevoli? D’altronde quali tutele hanno mai avuto?

Però può andare anche peggio se oltre che lavoratrice donna, prostituta, sei anche trans e straniera. Ti tocca accettare di far venire un cliente a casa per 30 euro se vuoi mangiare questa settimana, anche se questo smart working rischi di pagarlo con la vita: ti ammali e muori in ospedale, come è già successo.

Chi glielo ha fatto fare, dicono tutti con quel po’ di schifo in faccia, come se nessuno in questo Paese andasse a trans. Nessuno, tranne il Papa.

Ieri, Papa Francesco ha mandato il suo elemosiniere a un gruppo di trans di Torvaianica che aveva chiesto aiuto tramite il parroco Andrea Conocchia. Ma cosa c’entra tutto questo con noi? Compriamoci una poltrona comoda per il nostro smart working, chiudiamo le finestre, cantiamo una canzoncina insieme alla tv. E lasciamo che tutto il resto vada a puttane.

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