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Pane quotidiano

“Si parla di famiglie che non arrivano alla fine del mese. Signori miei, diamoci una svegliata: qui non si arriva a fine giornata”. Cesare Barreca, 46 anni, lavorava in nero in un ristorante romano. Con l’avvento della pandemia ha perso il posto e ha contratto il virus. Se non fosse per l’aiuto di Croce Rossa, Protezione Civile e parrocchie, lui, sua moglie e sua figlia, non avrebbero da mangiare. Dallo Stato non è arrivato ancora un centesimo. La sua famiglia è ancora in attesa dell’arrivo dei buoni spesa, per cui hanno fatto richiesta a inizio aprile: 400 euro, per sfamare e dare dignità a tre persone.
Ci sono molte storie come quella di Cesare, che per vergogna e diffidenza dei protagonisti rimangono spesso taciute. Ma ci sono anche quelle di persone e associazioni che si muovono, oggi più di prima, per dare una mano a chi è rimasto indietro.
La pandemia da coronavirus e il conseguente lockdown stanno portando a un aumento della povertà assoluta nel nostro Paese, che, come ci racconta la sociologa Chiara Saraceno, non era ancora riuscito a riprendersi dopo la crisi del 2008. A pagare il prezzo più caro di questa situazione saranno bambini e adolescenti.
Saremo di certo più poveri, ma non più uguali di prima, perché le restrizioni non ci hanno colpiti tutti allo stesso modo. L’unica speranza, a fronte di ciò, è quella di essere un po’ più consapevoli che “normalità” fa rima con ingiustizia e diseguaglianze.

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