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Il Deca – America

Con che faccia dici ai tuoi studenti che l’America è un Paese grandioso?
Come se fossimo gli unici al mondo ad avere libertà

(The Newsroom, di Aaron Sorkin, 2012)

Riflessioni decaffeinate, buone anche per i deboli di cuore

Ogni paese ha la sua data fondante, giorno ideale in cui il corso della storia di un popolo cambia e assume un nuovo valore. Numeri che prendono forma e diventano celebrazioni, fuochi d’artificio, leggenda. Per gli Stati Uniti il 4 luglio è una liturgia laica imprescindibile, battesimo di una nascente nazione in cerca di libertà dalla madrepatria, simbolo di quella “città sulla collina” che il puritano John Winthrop aveva sognato nel 1630, prima di imbarcarsi sull’Isola di Wight, in Inghilterra, verso il Nuovo Mondo. La Dichiarazione d’Indipendenza presentata il 4 luglio 1776  è solo il punto di partenza. All’epoca nessuno avrebbe previsto che quelle tredici colonie si sarebbero trasformate, a distanza di secoli, in un “impero” in grado di influenzare l’intero globo, mescolando azioni da potenza classica – guerra, dazi, minacce e spionaggio, – al cosiddetto soft power, che altro non è che il tentativo di esportare un modello culturale attraverso la propaganda. Ma se gli Stati Uniti si presentano al mondo come campioni di libertà, guida da seguire, popolo eletto da Dio, celano in realtà al loro interno tante contraddizioni quanti sono i valori che intendono rappresentare.

Adorna di stelle… Appesa fuori dalle case, sventolata durante gli eventi sportivi, protagonista del cosiddetto “Pledge of Allegiance”, il giuramento di fedeltà recitato ancora oggi in molte scuole del Paese: la bandiera a stelle e strisce è oggetto sacro, amato dagli statunitensi al limite del ridicolo. Lo stesso vale per l’inno americano, che nel suo testo include alcune dei valori fondamentali: “Di’ dunque, sventola ancora la nostra bandiera adorna di stelle, sulla terra dei liberi e la patria dei coraggiosi?”

…e di proteste. E di coraggio ce n’è voluto nel 2016 a Colin Kaepernick, giocatore professionistico di football americano, quarterback dei San Francisco 49ers, che ha iniziato a inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima di ogni partita, per protestare contro il razzismo e la violenza nei confronti degli afroamericani.

Un gesto che ha scatenato polemiche e un dibattito feroce, che dura ancora oggi, tra chi lo accusa di mancare di rispetto nei confronti dei connazionali morti per difendere la patria e chi invece lo supporta incondizionatamente. Alla fine della stagione 2016 Kaepernick ha rescisso il suo contratto con la squadra di San Francisco e da allora non ha più trovato un ingaggio.

BLM… Nel frattempo Kaepernick si è reinventato attivista per i diritti civili: inizialmente abbandonato dagli sponsor, ha firmato nel 2018 un contratto con Nike per una campagna pubblicitaria dal grande impatto emotivo. Attivismo e business che si fondono assieme in un amore perverso profondamente americano, ma anche segno che qualcosa sta cambiando. Kaepernick si è esposto perché ispirato da Black Lives Matter (BLM), movimento fondato da tre donne afroamericane nel 2013 dopo la morte di Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni ucciso a colpi di pistola in Florida da George Zimmerman, un neighborhood watcher, un cittadino che stava compiendo una ronda nel suo quartiere. Black Lives Matter è cresciuto nel corso degli anni, portando alla luce numerosi casi di violenza da parte delle forze dell’ordine nei confronti di afroamericani, e organizzando marce di protesta in molte città degli Stati Uniti per chiedere rispetto per le vite dei neri. Il movimento ha ripreso vigore dopo la morte di George Floyd, ha superato i confini americani espandendosi in tutto il mondo.

…e KKK. Non è un mistero che negli Stati Uniti ci sia una frangia di popolazione profondamente razzista. Un secolo (e oltre) di schiavitù, l’assurda convinzione della superiorità dei bianchi sul resto del mondo, decenni di segregazione e un meccanismo di rimozione collettiva hanno creato un sottostrato culturale che risale spesso in superficie e riesplode in tutta la sua violenza. Per questa porzione di Paese è difficile accettare che la storia di un popolo evolva, cambi traiettoria e che ci sia una lenta ma inesorabile trasformazione sul piano demografico: eppure le lande del Nuovo Mondo, prima dell’arrivo dei coloni, erano abitate da popolazioni che di caucasico non avevano nulla. Nonostante tutto sopravvive una galassia che va dall’estremismo del Ku Klux Klan e i suoi derivati, alla follia di singoli cittadini, bianchi che vivono nelle aree rurali, ma anche appartenenti all’alta borghesia metropolitana, capaci di minacciare manifestanti con armi d’assalto fuori dalla porta di casa.

Brutalità… La violenza, più che il razzismo, è uno degli aspetti fondanti di questo Paese. L’assurda morte di George Floyd è sì figlia di un tremendo pregiudizio della polizia americana che ripropone costantemente l’equazione “uomo nero uguale probabile criminale”, ma è soprattutto il risultato di una militarizzazione delle forze dell’ordine.

Al di là del singolo episodio di cronaca, la realtà è che quella americana è una società violenta. Volutamente violenta: non si tratta di indole, ma di scelte. Dallo sterminio delle popolazioni indigene in avanti, la storia degli Stati Uniti è costellata di giustificazioni al ricorso della forza: ce n’è traccia nella Costituzione (“il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”, II emendamento), nei discorsi dei presidenti, nei film. La violenza è utile, perché allenta la tensione sociale interna, e lo è ancora di più quando c’è da arruolare migliaia di giovani delusi dalle proprie condizioni di vita e da spedire in guerra. Una ricerca del “Giffords Law Center” ha stimato che ogni anno negli Stati Uniti circa 36mila persone muoiono per ferite da arma da fuoco, una media di cento al giorno.

…e (troppa?) libertà. Gli stessi americani che fanno scorta al supermercato di fucili semiautomatici perché temono di essere uccisi dal vicino infastidito dal tagliaerba di domenica mattina, sono quelli che preferirebbero ammalarsi di coronavirus pur di non dover restare in casa su ordine del politico di turno. In alcuni dei cinquanta Stati che compongono l’Unione la situazione sta peggiorando, alcuni governatori hanno deciso di imporre nuovamente il lockdown, nonostante si moltiplichino i gruppi sui social network che chiedono un’apertura totale delle attività. In Texas molti cittadini si rifiutano di indossare le mascherine: Tee Allen Parker, proprietaria di un bar a Dallas, ha vietato l’ingresso nel suo locale a chi indossa protezioni per naso e bocca: “Non viviamo in un Paese comunista, questa dovrebbe essere l’America!”, la sua giustificazione.

Nuove leve… Di certo la signora Allen Parker non ha tutti i torti, gli Usa non sono comunisti e difficilmente lo diventeranno mai. Però c’è una nuova generazione che sta crescendo e che non rifiuta a priori alcuni valori della socialdemocrazia, parola che fino a qualche anno fa, negli Stati Uniti, era sinonimo di marxismo. Il simbolo di questa novità è il volto sorridente ma deciso di Alexandria Ocasio-Cortez, la stella nascente dell’ala sinistra del Partito Democratico, che ha appena vinto le primarie nel 14esimo distretto di New York e tenterà di mantenere ben stretto il suo posto alla Camera dei Rappresentanti il prossimo novembre.

La Ocasio, origini portoricane e cresciuta nel Bronx, si è contraddistinta per proposte piuttosto radicali per gli standard del Congresso americano: ha proposto il Green New Deal, legge che prevedeva uno sviluppo sostenibile e rispettoso dell’ambiente, di alzare le tasse alle grandi imprese, di estendere la copertura sanitaria a tutti gli statunitensi. A livello pratico non è riuscita a ottenere molto, sia per l’evidente ostilità dei Repubblicani, sia per il malumore dell’establishment Democratico, infastidito dalla figura di una politica rockstar. Quel che sarà interessante, nel prossimo futuro, sarà valutare l’impatto dei cosiddetti “Latinos”, gli americani con origini centro e sudamericane nella politica statunitense: nell’attuale Congresso ce ne sono oltre 40, ma la popolazione di questa etnia è in costante crescita e potrebbe modificare il volto della politica americana.

…vecchie certezze. Se gli Usa sono il Paese delle opportunità e delle novità, sono altrettanto forti le certezze, almeno in politica: il prossimo novembre Joe Biden, ex vicepresidente durante l’Amministrazione Obama, senatore del Delaware per 36 anni di fila, Democratico moderato, sfiderà Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti. Una campagna elettorale segnata dal coronavirus che però promette qualche spunto divertente, nonostante entrambi siano abbondantemente sopra i 70 anni di età: l’attuale presidente è famoso per attaccare pesantemente i suoi avversari durante i comizi; lo sfidante è un noto gaffeur, difetto che gli ha creato non pochi problemi in passato e che lo ha messo in difficoltà anche nelle scorse settimane quando ha dichiarato che se un nero è indeciso se scegliere tra lui e Trump allora “non è un vero nero”.

In più sceglierà quasi sicuramente una donna come candidato alla vicepresidenza per provare a sfidare il machismo dell’attuale presidente e tentare di far finire nel dimenticatoio le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti. Bastano questi piccoli spunti per capire che la politica negli States è molto basata sull’apparire, interpretare un ruolo, scegliere un personaggio, svilupparlo e capire se funziona in tv, sui social e sui giornali.

Apparire… Negli Usa tutto è show, tutto è apparenza. Quindi non c’è nulla di strano se un presidente ha avuto un recente passato da star di un reality show, nel caso di Trump, o da attore, come è accaduto con Ronald Reagan. Gli attori, insieme agli sportivi e ai cantanti, hanno prodotto l’epica americana moderna, il cinema è l’arma più sofisticata di soft power a disposizione. Per questo Hollywood, il regno della finzione, ha un ruolo così centrale nella cultura statunitense. Su questo e altri temi legati al quartiere losangelino famoso in tutto il mondo per i suoi studi cinematografici, lo studioso dell’Università della Pennsylvania Peter Decherney ha scritto un libro nel 2005, “Hollywood and the Culture Elite: How the Movies Became American”, edito dalla Columbia University Press.

… essere. C’è chi nello show business ha provato a ribellarsi al diktat dell’immagine. Dal 2016 la cantante Alicia Keys si presenta a eventi ufficiali e super mondani, quali sono i Grammy Awards, senza truccare il viso e lanciando l’hashtag #nomakeup sui profili social. Una scelta che va in netta controtendenza con quella di molti personaggi vip, costretti a costruirsi giorno dopo giorno una maschera dalla quale è difficile separarsi. Per completare il cerchio ha scritto e pubblicato all’inizio del 2020 “Underdog”, canzone dedicata agli svantaggiati, ai dimenticati, a chi è destinato a perdere ma non molla, con la speranza che un giorno l’America diventi un posto migliore anche per loro. Per tenere vivo un sogno americano che, altrimenti, rischia di sbiadire.

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