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Il lusso di dire basta

Non è un caso che il primo picchetto sia scattato il 25 novembre. Nel giorno contro la violenza sulle donne, le lavoratrici di Yoox Net-A-Porter Group S.p.A. – l’azienda italiana fondata nel 2000 da Federico Marchetti che vende online abbigliamento di lusso e design – incrociano le braccia e dicono basta. La situazione è diventata insostenibile, i turni massacranti le costringono a sacrificare gli affetti, tante si vedono spinte a lasciare il lavoro, a licenziarsi pur di potersi prendere cura dei loro figli piccoli. Succede in uno dei tanti magazzini dell’interporto di Bologna, dove già una quindicina di donne hanno ceduto negli ultimi mesi perché incapaci di conciliare vita e lavoro. Lo sciopero va avanti da giorni, senza che dall’azienda del lusso arrivi una risposta decente. I lavoratori di Yoox sono quasi tutte donne, sono quasi tutte migranti, sono quasi tutte mamme, molte single. “Non ho scelta: o sciopero o perdo il lavoro tra una settimana, perché non so a chi lasciare mio figlio”. Liuba ha 43 anni, da 12 lavora in quell’azienda – praticamente da quando è nata – e da tre deve badare, da sola, al suo bambino. Al telefono parla lenta con la voce ferma e l’accento moldavo, mentre il piccolo la reclama, denuncia le ingiustizie di oggi che fanno eco a quelle di ieri. Gli unici due turni che esistono – dice – sono quello delle 5 del mattino e quello della sera, che finisce alle 22. In entrambi i casi, Liuba non può occuparsi di suo figlio. “Mi hanno detto di prendere una babysitter, ma come faccio con 1.100 euro al mese a permettermelo?”. La risposta di Liuba è la risposta di tutte: non si può essere lavoratrici e madri insieme. Non se si è migranti, non se si lavora per un’azienda come Yoox. “Stanno cercando di mandarci via, di indurci al licenziamento. Ci vogliono robot, ci vogliono sempre più giovani per poterci sfruttare con contratti da poche centinaia di euro. Siamo lavoratori usa e getta”. E lo sono sempre stati per l’azienda, secondo Liuba, che si sente dentro una storia di sfruttamento sin dal principio. “Abbiamo lottato per le buste paga. Ci mancava solo la catena al piede, eravamo schiavi”, ripete con la rabbia che le bolle nelle vene, al sesto giorno di sciopero. “È possibile lavorare 12 anni, subire e lottare, per un pezzo di pane? Perché, con lo stipendio che ho, riesco al massimo a pagare l’affitto, le bollette e da mangiare”. I vestiti al figlio, per fortuna, glieli procurano le altre mamme e la Caritas, perché altrimenti Liubea non riuscirebbe a comprarli. Eppure delle vite delle lavoratrice, delle difficoltà quotidiane e dei sacrifici non importa nulla alla Yoox, che continua imperterrita a servirsi della paura e del ricatto per tenere buone le lavoratrici di Bologna. “Questa è la Yoox, nonostante cerchino di diffondere un’immagine ben diversa. Ci iniettavano la paura nel sangue, per questo fino ad oggi non abbiamo parlato. Ora, però, non abbiamo altra strada: fa freddo lì fuori al picchetto, ma per cosa devo andare a lavorare? Per prendere quella miserabile paghetta di 1.100 euro?”. Il lavoro, con la crisi in corso, non si trova ed è proprio questa l’arma di cui si serve l’azienda, che non trova né vuole un compromesso sui turni: o così o fuori. “La capa ha detto ‘ma voi non vi rendete conto in che situazione siamo, è come nel dopoguerra, dovete ringraziarci di avere un lavoro’. Però il brutto è che noi poveri ci troviamo come nel dopoguerra. È sempre una guerra, per i poveri. Queste parole le sento da 12 anni”, continua stanca Liuba.

Liuba fa parte del Coordinamento migranti di Bologna, che insieme a Sì Cobas sostiene le lavoratrici e i lavoratori che chiedono giustizia a Yoox. Il problema, però, è più grande dello sciopero che va avanti dal 25 novembre davanti allo stabilimento bolognese e investe il mondo dei lavoratori migranti proprio perché migranti. È un problema transnazionale che nasce prima della pandemia, ma che con il virus si è acuito, perché le aziende non hanno fatto che usare la pandemia per mettere sotto pressione soprattutto le lavoratrici. Le donne, infatti, sono le prime vittime di un sistema di sfruttamento e isolamento. Manca il sostegno alle lavoratrici madri, che vivono sotto un perpetuo ricatto: o vi adattate ai turni o vi licenziate. La storia di Yoox è emblematica eppure è fotocopia di tante altre che vedono le lavoratrici migranti sotto scacco. Spesso la permanenza in Italia è legata a doppio filo al contratto di lavoro: quello di Liuba e delle altre donne in sciopero è a rischio perché “costa” di più all’azienda, con gli scatti di anzianità dovuti a più di un decennio passati tra gli scaffali a controllare i beni di lusso che passano sotto le loro mani e che probabilmente, con la vita che fanno, non potranno permettersi mai. Ma a giocare a loro sfavore è anche la loro politicizzazione: sono sindacalizzate, le donne che hanno incrociato le braccia all’interporto di Bologna. Capiscono cosa possono e non possono fare per liberarsi dalla condizione di oppressione in cui lavorano e per questo sono ancora più scomode. Sono riuscite a divincolarsi dallo stigma di donne migranti da sfruttare e questo non fa gioco all’azienda, intenzionata a portare a casa profitto senza guardare in faccia a nessuna. “Le lavoratrici al picchetto stanno rischiando tutto, perché i loro stipendi sono fondamentali, ma ci sono altre donne che non sono nella posizione di farlo e, pur appoggiando le loro colleghe, continuano a lavorare. L’azienda ha esercitato su di loro le prime pressioni, minacciando la cassa integrazione”, ha detto Roberta Ferrari, dell’Assemblea donne Coordinamento migranti. Vogliono indebolire lo sciopero, dividere le donne, continuando a ignorare le rivendicazione delle operaie. Una settimana dopo, il picchetto in prefettura del 2 dicembre non ha portato i frutti sperati. Yoox non ha nessuna intenzione di aprire un tavolo di trattative. L’azienda del lusso online non vuole scendere a patti, creare precedenti e, soprattutto, non vuole sporcare l’immagine scintillante che propina al mondo. Intanto intere famiglie rischiano di finire sul lastrico, all’ombra di un’azienda che continua a crescere di fatturato e che dalla pandemia ha solo guadagnato. Loro, però, le lavoratrici di Yoox non si fermano e stavolta si prendono il lusso di dire basta.

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