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Il campione invisibile

È il 1968, e il podio è quello dei 200 metri delle olimpiadi di Città del Messico. Di quel momento tutto quello che ci resta è una foto. I pugni al cielo contro un mondo razzista della medaglia d’oro Smith e della medaglia di bronzo Carlos fanno più rumore degli applausi. Ma manca una medaglia vi siete mai chiesti chi fosse il terzo uomo, l’argento di quel podio?

Era il secondo uomo più veloce al mondo e divenne parte di una delle immagini più potenti del 900. Peter Norman era un anonimo velocista che arrivava dall’Australia. Solo 1 metro e 78 e poche possibilità di scrivere la storia dello sport. Eppure un segno l’ha lasciato, anche se di lui, oggi, si ricordano in pochissimi. Nessuno si aspettava che potesse arrivare secondo, con un tempo di 20.06, dietro i 19.83 del campione Tommie Smith. 

Terzo arrivò John Carlos, che insieme a Smith voleva portare sulla pista la protesta contro un mondo razzista. Sul podio si sono presentati con dei guanti neri da alzare al cielo in nome della giustizia degli afroamericani. 

“Il guanto alla mia mano destra ha significato la potenza dell’america nera”, ha detto Smith subito dopo la gara. 

Ma subito prima della premiazione, Smith rivolse una domanda a Norman: “Credi nei diritti umani?”.

Smith lo ricorda Peter Norman come un fratello nato da una madre diversa. Norman, bianco, sapeva di cosa si parlava quando si parlava di diritti negati. In Australia vigevano allora delle leggi sull’apartheid dure quasi come quelle in Sudafrica: gli aborigeni erano sottoposti a leggi discriminatorie e per anni si praticarono le adozioni forzate, per cui i loro figli venivano strappati dalle famiglie di origine e affidati a coppie bianche. Contro questo e tanto altro Peter Norman decise di unirsi alla protesta di Smith e Carlos, sfidando, come i suoi compagni di podio, l’organizzazione olimpica che aveva vietato ogni forma di manifestazione in campo. indossò una spilla dell’Olympic project of human rights che gridava giustizia e andò incontro al suo destino. 

“Vorrei solo essere ricordato come un vecchio uomo interessante”, confessa nel 2008 nel documentario che racconta l’impresa del 68. 

Ma la sua carriera finì quel giorno, come quella di Smith e Carlos. Tornato in Australia, Norman pagò a caro prezzo le conseguenze di quel gesto. Quattro anni dopo, non poté presentarsi alle Olimpiadi di Monaco del ’72, sebbene il suo tempo fosse il migliore. Carlos e Smith, oltre ad essere cacciati dalla federazione statunitense, subirono numerose minacce. “Norman ha dovuto affrontare un intero paese e farlo da solo”, ha detto l’amico Carlos. 

Per anni Norman ha avuto solo una possibilità per andare avanti: dissociarsi dal gesto di Carlos e Smith. Solo così sarebbe stato assolto dal suo paese. Non lo fece mai e fu condannato all’oblio. Solo dopo la sua morte, avvenuta prematuramente nel 2006, il parlamento australiano si scuserà con Norman, riconoscendo l’argento del ’68. 

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