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Fahima e le sue sorelle

C’è una parola in Tunisia che è quasi una parolaccia. Sicuramente una parola che non porta bene a chi la pronuncia. 

Il discorso del capo dell’esecutivo tunisino arriva in tv, nella prima serata del 19 gennaio dopo giorni di manifestazioni in molte città del Paese. Hachem Mechichi dice di “comprendere le proteste e il desiderio di esprimersi di tanti tunisini”. “Atafahhamu”. Le capisco. Le comprendo.
Un verbo che deriva da fahima: “capire, intendere”. Un verbo che i tunisini conoscono bene. 

Lo dicono i social che subito dopo il discorso di Hachem Mechichi si sono riempiti di post sull’ex rais storico Ben Ali. Fu lui a rendere questa parola indimenticabile.

Fahemt. Fahemtkum. Vi ho capiti, aveva detto in una versione dialettale di “fahima”  il 13 gennaio 2011 nel suo ultimo discorso pubblico, prima della fuga in Arabia Saudita. Costretto dopo 23 anni a lasciare il potere dal suo popolo piegato da censura, corruzione e disoccupazione.

Dieci anni dopo, nel mese che celebra l’anniversario di quella rivoluzione, il popolo tunisino è tornato a chiedere “karama”, dignità. Da allora nessun governo è durato abbastanza per elaborare un piano di ripresa e sviluppo per il Paese. L’economia e la sanità sono in ginocchio. Il Covid ha fatto il resto, portando a un crollo del Pil del 9%. 

Saccheggi e rapine. In pochi giorni oltre seicento giovani sono stati arrestati con l’accusa di atti vandalici. C’è una nuova generazione in piazza, ma le radici della rabbia sono sempre le stesse: lo Stato assente e inefficiente, la disoccupazione, specie quella giovanile, in continua crescita.
Il primo ministro ha condannato le violenze, pur dicendo di comprenderle. Ma il popolo già una volta ha dimostrato di non farsene nulla di “fahima” e dei suoi derivati, alla comprensione preferisce la dignità.

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