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Colui che ‘l gran comento feo

Ibn Rushd è un nome arabo difficile da pronunciare per noi neolatini, amanti delle sillabe e delle vocali che comodamente le scandiscono. Questo signore, destinato a diventare tra i più importanti filosofi medievali, nasce a Cordova nel 1126, nell’allora “Al- Andalus”,“la Spagna musulmana” conquistata dai califfi arabi nel 711 e rimasta sotto il loro controllo per otto secoli.
Figlio di importanti giuristi musulmani, Ibn Rushd riceve un’educazione convenzionale: prima lo studio degli ḥadīth, il racconti tradizionali attribuiti al profeta Muhammad, a noi noto come Maometto. Poi la filosofia e la teologia. Diventa a sua volta giudice, filosofo e medico. Ma soprattutto, commentatore. Un nome strano il suo che forse continua a dirci poco, un filosofo sì, ma non certo famoso come Aristotele.


Con un viaggio nel tempo che ci catapulta nell’Europa latina medievale, scopriamo però che all’epoca di Ibn Rushd il famoso filosofo greco Aristotele non era poi così conosciuto. Il recupero della tradizione aristotelica in Occidente si deve proprio alla traduzione in latino, fatta da Tommaso d’Aquino, dei commenti in arabo che un certo Ibn Rushd scrive sulle opere di Aristotele. Con la sua “Incoerenza degli incoerenti” Ibn Rushd entra in polemica con i suoi colleghi filosofi musulmani, che avevano giudicato la ragione aristotelica in netto contrasto con le fede e la rivelazione coranica. E’ pericoloso concepire “Dio come un re tirannico dotato di sovranità assoluta”, scrive Ibn Rushd. Costretto per il suo commento all’esilio.


Così “Ibn Rushd” trascritto in latino e nelle lingue romanze diventa pian piano “Aven Rushd”, poi “Averrois” e infine Averroè. Finalmente un nome che ci dice qualcosa. E infatti lo incontriamo tra gli spiriti magni del limbo di Dante come “colui che ‘l gran comento feo”.

Proseguendo il nostro nel tempo, lo ritroviamo oggi, nel 2021, Dove? In una nota allarmata degli esponenti della Lega umbra. Preoccupati perché una scuola media del Perugino, ha deciso di far conoscere agli alunni la versione bilingue italiano-arabo di un suo testo, all’interno di progetto culturale. “La formazione degli studenti è una cosa seria e ci sono programmi ministeriali da rispettare: ci chiediamo a cosa possa servire imparare la lingua araba”, scrivono.
La lettura del testo che ha portato l’Occidente a riscoprire Aristotele non sarebbe quindi coerente nella formazione degli studenti. La coerenza dei coerenti contro l’Incoerenza degli incoerenti. E chissà cosa uscirebbe fuori se si scoprisse che quello di Averroè è anche un nome falso!

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