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261

261. Un numero come tanti, ma non per chi conosce il mondo della maratona. Nel 2017 una delle gare podistiche più celebri al mondo, la maratona di Boston ritira il numero 261 dalla gara. Perché? Perché quel numero, 50 anni prima, è passato alla storia, stampato addosso a un’atleta che ha lasciato un segno indelebile in quello sport. 

Di quella gara quello che resta è una foto e un’eredità pesantissima. Nel bianco e nero sbiadito è impressa l’immagine di un uomo in giacca e cravatta che nel bel mezzo della gara, nel bel mezzo di decine di uomini, trattiene un’atleta. Un’atleta con l’apostrofo, perché il numero 261 è l’unica donna a correre la maratona, il numero 261 è la prima donna a correre una maratona. Quel numero 261 è Kathrine Switzer.

Kathrine Switzer è poco più che un’adolescente e sogna di diventare cheerleader, ma il papà le disse che essere tifati è meglio che tifare per qualcun altro e per questo Kathrine si buttò nell’hockey su prato, per scoprire che la sua vera passione era la corsa di fondo. All’università si Syracuse conosce Arnie Briggs, un postino maratoneta. Inizia ad allenarsi con lui fino a decidere di partecipare alla maratona di Boston. “Non puoi”, disse Arnie. “Sei una donna”. Ah già: è il 1967 e le donne non possono iscriversi alle gare. 

“Mi disse: le donne sono troppo deboli e fragili per correre oltre 40 km”. L’anno prima l’aveva fatto un’altra donna, ma si era solo intrufolata nella gara. Lei, invece, voleva partecipare ufficialmente. Kathrine Switzer non si diede per vinta e sfidò il mondo della maratona con uno stratagemma. K. Switzer. L’iniziale di un nome femminile mai pronunciato le permise di indossare quel numero 261 e partecipare alla gara. 

“Ho sentito il rumore delle scarpe dietro di me, mi sono voltata e c’era Jock Sample”. Quando l’organizzatore della gara è stato informato della presenza di una donna, non ha esitato a saltare in macchina e raggiungerla, strattonarla e intimarle di lasciare la sua gara. Davanti agli obiettivi della stampa incredula, il fidanzato di Kate, Tom Miller, spinse via Sample e Kathrine terminò la sua gara, sotto la neve fredda, con un tempo di quattro ore e venti minuti e i calzini zuppi di sangue. 

Sapevo che se avessi mollato, nessuno avrebbe mai creduto che le donne avessero la capacità di correre per più di 26 miglia. Se avessi mollato, tutti avrebbero detto che era una trovata pubblicitaria. Se avessi mollato, lo sport femminile sarebbe tornato indietro, molto indietro, invece che in avanti. Se rinunciassi, non correrei mai a Boston. Se avessi rinunciato, Jock Semple e tutti quelli come lui avrebbero vinto. La mia paura e l’umiliazione si trasformarono in rabbia. Kathrine aveva rotto una volta per tutte – e per tutte le atlete – la consuetudine e le regole.

Pensava che la soddisfazione più grande della sua vita fosse quella di essere stata la promotrice della maratona femminile ai giochi olimpici. Non immaginava che quel numero, il 261 potesse diventare un simbolo di coraggio di fronte alla diversità. Nel 2015, la Switzer ha dato vita a un progetto. 

Un’associazione non profit che si fonda sui principi di aggregazione, divertimento e condivisione. L’obiettivo è quello di aiutare le donne ad affrontare le proprie paure e combattere i pregiudizi attraverso la corsa.

Dopo la gara del 1967 ci sono voluti altri cinque anni di pressione per far sì che il regolamento della maratona di Boston aprisse alle donne. Kathrine nel frattempo aveva creato una squadra di corsa femminile a Syracuse e nel 1974 la Switzer vince la celeberrima maratona di New York. l’anno dopo Kathrine Switzer, con il suo miglior tempo di sempre, 2 ore e 51 minuti, alla maratona di Boston arriva seconda. Ma solo sul podio, resta la numero uno per tutte le donne che corrono per il cambiamento.

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