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È questo il fiore della partigiana

“La guerra è qualcosa di terribile, per questo mi batto tanto perché nessun ragazzo e nessuna ragazza debbano più imbracciare le armi”. La guerra, Teresa Mattei, l’ha combattuta in prima persona. Partigiana, prima, madre costituente e femminista ante litteram, poi, ha combattuto, con le armi e con la politica, fascismo e ingiustizia, vestendo i panni della instancabile partigiana in difesa dei diritti delle donne per tutta la vita.

Le sue gesta e quelle del suo gruppo ispirano l’episodio di Firenze del celebre film Paisà di Roberto Rossellini, del 1946

A 17 anni venne espulsa dal liceo e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, ascoltando l’intervento di propaganda razzista di un professore, si alzò in piedi e disse: “Io esco perché non posso assistere a queste vergogne”. Riuscì a diplomarsi e si iscrisse alla facoltà di Filosofia, a Firenze, dove iniziò la sua militanza attiva. “Abbiamo fatto un gruppo di studenti antifascisti che si opponevano a tutto quello che si stava facendo nell’università. Non tutti gli studenti ancora capirono la portata della cosa”, disse.

La sua affiliazione avvenne su Ponte Vecchio a Firenze. Nome di battaglia: Chicchi.A prepararla fu Bruno Sanguinetti, uno dei più influenti attivisti nella lotta al fascismo. Non sapeva ancora, Chicchi, che proprio lui sarebbe diventato suo marito. 

“Io trovai questo uomo che aveva dei meravigliosi occhi intensi. Lui mi disse: ‘Non dobbiamo farci vedere insieme per ragioni politiche, facciamo finta di essere degli innamorati. Mi prese a braccetto e io ero tutta vergognosa, perché non ero mai stata presa a braccetto da un uomo. Andavamo su e giùe lui mi spiegava le norme clandestine”.

Del suo viso dolce e del suo sguardo mite, Teresa Mattei, si servì spesso per passare inosservata nella lotta partigiana: “Nessuno pensava che io potessi essere una resistente, una partigiana,  una gappista.. L’unica volta che ho messo il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba”

La resistenza segna la giovane vita di Teresa Mattei, nel bene e nel male: “Io e mio fratello Gianfranco, quando eravamo qui a Roma nei primi di ottobre del 1943, sentimmo i passi di ferro delle Ss come un lugubre rintocco di morte. Mio fratello mi strinse forte il braccio e mi disse: ‘Uno di noi due non uscirà vivo da questa storia’”. Gianfranco fu sorpreso nel 1944 dai nazisti e portato nel carcere di via Tasso a Roma dove, dopo spaventose torture, si impiccò nel timore di tradire i compagni.

“Mi incontrai con un signore molto grosso e un altro piccoletto, erano Giorgio Amendola e Sandro Pertini. Mi diedero questo biglietto, che io portandolo ho attraversato tutta Roma a piedi, piangendo. Io non sapevo come fare per portarlo ai miei genitori che ancora si illudevano che non fosse morto”. 

Alla fine della guerra, a ricostruire sulle macerie c’era ancora lei: a 25 anni fu la più giovane componente del Consiglio di presidenza dell’Assemblea costituente: “Era molto strano vivere come ragazzina in mezzo a tutti questi personaggi”.

L’8 marzo del 1947 prese la parola in aula e chiese di apportare una correzione all’articolo 3 della Costituzione: chiese di inserire  i termini “di fatto”, due parole che in quel contesto diventavano rivoluzionarie: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il suo carattere mite si fondeva con la fermezza delle battaglie che portava avanti. Una volta a Montecitorio, eletta deputata, Mattei fece un discorso sulla parità di accesso in magistratura per uomini e donne. Intervenne un deputato liberale: “Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?”. E lei rispose ferma: “Ci sono uomini che non ragionano tutti i giorni del mese”.

Ma il nome di Mattei è legato anche a un altro simbolo dei diritti delle donne: la mimosa. Inizialmente Luigi Longo – dirigente del Pci – chiese che si usasse come simbolo la violetta, un fiore con una lunga tradizione nella sinistra europea. Mattei, allora dirigente dell’Unione donne italiane, si oppose, reputandolo un fiore troppo costoso: “A me è venuta in mente la mimosa, così l’abbiamo adottata come fiore che significasse la gentilezza e l’unione delle donne”. 

“La mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne. Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”. 

Teresa Mattei è seconda come sono seconde tutte le donne della sua generazione, ma lascia un segno indelebile nella storia, almeno del nostro paese, per aver speso tutta la vita per far sì che nessuna donna fosse di fatto più seconda. “Si parla ancora di mimosa. L’importante è che si parli e si faccia la storia delle donne da un punto di vista della liberazione delle donne, nel senso di equiparare i diritti degli uomini e delle donne”. 

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