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Il futuro del Rana Plaza nelle nostre tasche

Dacca, Bangladesh. 24 aprile 2013. Quello che sentite è Ismail Ferdous, fotogiornalista bengalese che racconta una delle più grandi stragi dei nostri tempi: il crollo del Rana Plaza.

Mai nella storia dell’industria tessile c’era stato un incidente di queste dimensioni. Gli otto piani della struttura si sono sbriciolati sui lavoratori, chiusi dentro come topi in gabbia: alle finestre le inferriate e alle porte le catene. Per loro non c’è stato scampo.  

La moda che indossiamo con disinvoltura a prezzi incredibilmente bassi ha un prezzo umano incredibilmente alto, come spiega Marina Spadafora, che, dopo una vita passata a lavorare sulle passerelle dell’alta moda, oggi ha scelto il fair trade, il commercio equo e solidale: “Quando siamo tutti contenti perché questa maglietta ci è costata solo 14 euro, abbiamo fatto un affarone. La persona che ha cucito questa maglietta ha guadagnato solo 12 centesimi. 12 centesimi non ti fanno arrivare molto lontano nella sopravvivenza. La living wage mensile sarebbe di 259 euro, ma cosa percepisce un lavoratore tessile? 28,60 euro”.

Sono circa quattro milioni le persone che lavorano nell’industria tessile in Bangladesh. Non c’è dubbio che sia altissimo il contributo di questo settore nell’economia del paese, ma l’episodio al Rana Plaza dimostra come sia necessario ripensare la sicurezza sul lavoro.

Dagli anni ‘80 sempre più aziende hanno delocalizzato la produzione in paesi poveri e utilizzato materiali sintetici per produrre i tessuti. è questa la fast fashion, è questo l’inizio dello sfruttamento di milioni di persone, ai danni anche del nostro pianeta. 

Ma una moda sostenibile è possibile. All’indomani della strage del Rana Plaza un movimento globale ha preso piede, crescendo esponenzialmente negli anni: è la Fashion Revolution, per una industria della moda diversa, capace di rispettare diritti umani e ambiente, in tutte le fasi del ciclo produttivo.

Non sappiamo i nostri vestiti da dove arrivano, denuncia Carry Somers, una delle fondatrici di Fashion Revolution. Qualcosa si è mosso, molti brand hanno iniziato a partecipare attivamente alla campagna, ma in Bangladesh solo una piccola percentuale di fabbriche si è messa in regola. Molte, troppe persone vivono ancora in condizioni di lavoro pessime. 

La Fashion Revolution è la moda con una missione: rendere etico il mondo del fashion, spiega Marina Spadafora, oggi coordinatrice di Fashion Revolution Italia: “L’alternativa è il fair trade, il mercato equo e sostenibile, un’associazione mondiale che ha una serie di regole: trasparenza e affidabilità, pagamento di un prezzo equo, assenza completa di lavoro minorile, rispetto dell’ambiente. Sono regole che sembrano spontanee, ma in realtà spontanee non sono”.

La Fashion Revolution è seconda per definizione: sfida il potere dei grandi marchi e di quelli dai capitali enormi, non sfila sulle passerelle e non è un business da miliardi di dollari.  

Ogni anno in occasione dell’anniversario della tragedia di Dacca si celebra il Fashion Revolution Day, che dà il via a una fashion week sostenibile. I diritti umani dei lavoratori da una parte, l’ambiente da preservare da pesticidi e da tonnellate di spazzatura tessile dall’altra: Fashion Revolution afferma che un’alternativa c’è.

A noi chiede solo di osservare l’etichetta dei vestiti che compriamo, in cambio di un mondo più giusto. “Ogni volta che spendiamo i nostri soldi facciamo un voto per il tipo di mondo che vogliamo. Noi abbiamo in tasca la soluzione. ‘It always seems impossible until it’s done’: è una frase di Nelson Mandela. Sembra sempre impossibile finché non si è fatto”.

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