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Per capire meglio la tua assenza

Per un momento, fugace, transitorio, effimero e nondimeno concreto, concretissimo, si è intravisto uno squarcio, aperto sul velo di ormai perenne clausura che avvolge e soffoca le nostre vite da un anno e più.

Si è gettato lo sguardo a Nord-Ovest, oltre il crepuscolo della fine delle lotte collettive, per scorgere le linee di frattura così tacitamente dimenticate nell’emergenza pandemica. Su quelle faglie del conflitto agiscono centinaia e poi migliaia di corpi, corpi in carne e ossa, individui che riprendono contatto fisico e marciano per undici chilometri, direzione San Giorio. È il 17 aprile e in 4mila valsusini partono dall’acciaieria di San Didero per protestare contro l’occupazione militare permanente della Valle. Si attraversano i paesi colpiti dalla cantierizzazione del nuovo autoporto, inutile e pure abusivo. Si sfidano divieti e decreti.

La sera, un’attivista, Giovanna, viene colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo, durante un’iniziativa di solidarietà ai No Tav che resistono sul tetto dell’ex-autoporto di San Didero. Viene ricoverata e deve subire un intervento maxillo facciale. Le forze dell’ordine e della disciplina negano, un video li incastra: c’è pure chi si vanta del “tiro al No-Tav”. 

Corpi, corpi fisici, portatori non di virus ma di protesta: è stato facile per l’infodemia dimenticarsene presto. È del resto la settimana in cui il mondo del calcio è scosso dalla notizia che i più ricchi vogliono arricchirsi ancor di più e si alza un collettivo lamento nostalgico e reazionario contro l’avidità, in nome dei bei tempi in cui il calcio era, si dice e si crede, popolare. Ai pianti di retroguardia, si risponde abitando il conflitto. All’indignazione virtuale, si replica con la riappropriazione del reale. Si può così gettar lo sguardo aldilà di un presente, che è popolato solo di assenza: in cui si rimpiangono tempi andati, senza capire che non sono mai stati.

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